domenica 19 aprile 2015

il veleno dell'ape mellifera....una scoperta nell'utilita' dell'uomo


http://www.guidaestetica.it/articoli/effetto-botox-con-il-veleno-dapi


 Il veleno d'api ha un costo di 300 euro al grammo. Foto: wikipedia.it
Sono sempre più le star, ma anche le persone comuni, che cercano di evitare interventi invasivi per apparire più giovani. Alcune operazioni, infatti, bloccano in parte l'espressività del viso e non conferiscono un aspetto naturale. Il veleno d'api, invece, sembra essere una delle ultime risposte che arrivano dal Brasile per rallentare l'invecchiamento cutaneo attraverso trattamenti non invasivi. Fra le star di Hollywood è conosciuto con il nome di  botox naturale  che, utilizzato sotto forma di crema o maschera, sembra poter ridurre le rughe del viso, facendo riacquistare alla pelle tono, elasticità e morbidezza. Fra elogi e perplessità, nonostante il prezzo non alla portata di tutti, il veleno d'api continua a riscuotere un grande successo.
L’ingrediente base: la melitina
Il veleno delle api, solitamente utilizzato da questi insetti per difendere il proprio alveare anche a costo della vita, promette di contrastare l'invecchiamento della pelle. Oltre a contenere miele e polline, questa sostanza racchiude un ingrediente "miracoloso" chiamato melitina, un amminoacido con proprietà antinfiammatorie presente nel veleno delle api. È a causa della melitina che si attiva una reazione naturale quando si spalma il veleno sulla pelle del viso. Questa sostanza, infatti, provocherebbe un aumento del flusso sanguigno e di conseguenza una maggiore produzione di collagene ed elastina, due proteine già presenti nel nostro corpo che tuttavia diminuiscono con l'età, causando l'invecchiamento cutaneo. Naturalmente il prodotto non può essere usato da quell'1% circa della popolazione che è allergico alle punture e quindi al veleno di questi insetti.
A scoprire questa reazione sulla pelle del veleno d'api è un ricercatore e apicoltore brasiliano, Ciro Protta, che promette di aver trovato il segreto capace di "ingannare la pelle" e ringiovanirla.
Il 'veleno' italiano
Le star internazionali che si sono convertite al prezioso veleno sono tante, da Gwyneth Paltrow a Kylie Minogue, ma sono ben poche le persone che possono permettersi le maschere al veleno d'api che possono raggiungere il costo di 300 euro al grammo. Tuttavia esistono alternative più economiche, fra cui la crema italiana Beelight, fornita dall'omonima azienda di Urbino che propone una crema al veleno d’api al prezzo di circa 90 euro per 50 ml. Il prodotto è a base di ingredienti naturali e biologici e, per la difficoltà di estrazione del veleno, la produzione è limitata ed è solamente disponibile online.
Beelight spiega a Guidaestetica.it l'efficacia del suo prodotto tramite le parole di Giampiero Girolomoni, professore ordinario di dermatologia all'Università di Verona: "Gli studi condotti dagli esperti dimostrano che già dopo alcune settimane la pelle tende a stendersi, le rughe di espressione si addolciscono e l’effetto distensivo del volto appare più visibile".
Il costo della 'spremitura'
L'alto prezzo dei prodotti a base di veleno d'api è giustificato dalle migliaia di api che servono per produrre un grammo di questa sostanza. Secondo quanto affermano le imprese produttrici, la raccolta del veleno non sarebbe dannosa per questi insetti, che non vengono uccisi ma momentaneamente privati del loro veleno. Le api sono costrette attraverso "scariche elettriche a bassa tensione, a estroflettere il pungiglione e quindi a emettere il veleno. Utilizzando un apposito telaio collegato a un dispositivo elettrico gli apicoltori ottengono la deposizione del veleno su una lastra di vetro senza che il pungiglione rimanga conficcato nel sovrastante telo di nylon. Una volta essiccato sulla lastra il veleno viene raschiato e conservato sotto forma di cristalli" spiega Girolomoni.
L'utilizzo di tecniche non letali è un dettaglio molto importante, in quanto le api sono responsabili dell'impollinazione dei fiori e quindi dell'equilibrio naturale del pianeta. A causa dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento, il numero di questi preziosi insetti è drammaticamente diminuito negli ultimi decenni. Tanto sono importanti le api per la sopravvivenza dell’uomo che l’Unione europea ha approvato quest'anno una normativa "salva-api" che durante due anni vieterà l’utilizzo di neonicotinoidi, pesticidi pericolosi per la vita di questi insetti.
Autore: Paola Giura



 

il veleno di ape potrebbe uccidere il virus HIV che provoca l'AIDS e cellule cancerose





http://www.apicolturaonline.it/feraboli3.htm




APITERAPIA
Le proprietà curative del veleno d'api hanno una tradizione lontanissima. Nell'antico Egitto molte malattie venivano curate con i prodotti dell'alveare . Trattamenti simili sono stati riportati da Plinio e Galeno . Carlomagno ed Ivan il terribile , che soffrivano di problemi articolari , furono curati con il veleno d'api.
Likomskiy nel 1864 e Terc nel 1888 pubblicarono i primi studi clinici sull'influenza delle punture d'api sulle patologie reumatiche.
Comunque l'impiego dell' apiterapia nella cura delle patologie reumatiche iniziò soltanto nei primi anni del novecento e rapidamente si diffuse in Europa. In America fu il dottor Beck di New York che diffuse questo metodo di cura attraverso una sua ancora attuale monografia pubblicata nel 1934.
In questi ultimi anni stiamo assistendo ad un rinnovato interesse verso l'apiterapia grazie all'impegno di alcuni medici americani quali il dottor Saine , Broadmann , Cherbuliez ed altri ancora.
Nonostante tutto , questa terapia ha avuto il suo periodo di declino : infatti nella maggior parte dei testi classici di reumatologia essa è considerata un metodo di scarsa efficacia , ammettendo però il suo effetto come terapia istaminica e la sua efficacia antiinfiammatoria.
La causa di questo declino va ricercata nelle eccessive aspettative riversate in questa metodica e la sua troppo vasta diffusione senza che vi fossero esatte indicazioni terapeutiche . La conseguente poca credibilità di questo metodo è dovuta al fatto che mentre le ricerche cliniche e farmacologiche si sono svolte in laboratori con un rigore altamente scientifico , le ricerche cliniche sono state condotte , da una parte , con un entusiasmo quasi mistico e , dall'altra parte , da un gruppo di medici che credevano ciecamente nelle forze "naturali" presenti nel veleno d'ape. Inoltre molti prodotti terapeutici contenenti il veleno d'ape hanno molto spesso uno scopo esclusivamente commerciale contenendo una imprecisata e infinitesimale quantità di principio attivo di irrilevante significato terapeutico.
Se vogliamo ottenere una significativa valutazione dell'efficacia terapeutica del veleno , non dobbiamo considerarlo una panacea per ogni tipo di malattia reumatica , ma piuttosto un efficace coadiuvante del trattamento classico di queste patologie.
Le più importanti componenti del veleno , come abbiamo visto prima, sono l'istamina , la lecitinasi e la ialuronidasi.
L'istamina provoca dolore locale , edema, aumento dell'afflusso sanguigno ed agisce come un potente antiinfiammatorio. La vasodilatazione da essa provocata avviene per via riflessa , attraverso il sistema nervoso , anche nei tessuti profondi e può esercitare una influenza favorevole sulle infiammazioni croniche aumentando il metabolismo tissutale ed eliminando i prodotti dannosi dell'infiammazione.
La lecitinasi trasforma la lecitina in isolecitina (fosfolipasi B) che ha uno spiccato effetto emolitico distruggendo i globuli rossi ed altre cellule dei tessuti e partecipa all'azione fibrinolitica caratteristica del veleno d'api.
La ialuronidasi agisce come un fattore di diffusione del veleno , sciogliendo l'acido ialuronico del tessuto connettivo.
Altre sostanze proteiche presenti nel veleno hanno caratteristiche antigeniche e stimolano in questo modo le reazioni di difesa del sistema immunitario.
A quale di tutti questi fattori sia da attribuire l'effetto curativo del veleno d'api resta un mistero.
Generalmente nel punto in cui si viene punti da un imenottero si forma una piccola tumefazione di colore rosso , pruriginosa e calda che persiste per alcune ore o per alcuni giorni.
Reazioni più violente sono caratterizzate da un gonfiore più esteso che può interessare anche un intero arto.
In alcuni pazienti si associano effetti collaterali quali dolori in altre articolazioni ed in altre parti del sistema muscolo scheletrico , affaticamento, tumefazione generalizzata a tutto il corpo, cefalea , nausea e vomito , caduta della pressione sanguigna , aumento della temperatura corporea.
Queste reazioni non alterano l'efficacia terapeutica del veleno e non sono considerate un ostacolo al proseguimento della terapia , che potrà continuare utilizzando dosaggi di veleno inferiori a quello che ha scatenato l'effetto indesiderato.
L'intervallo ottimale fra una serie di punture e l'altra è di 5-7 giorni.
Le indicazioni al trattamento sono :

  • le patologie reumatiche ( artrosi , artrite reumatoide , gotta, fibromialgia ... )

  • tendiniti

  • neuropatie periferiche

  • eresipela

  • nefrite

  • idropisia

  • lombalgia , cervicalgia , sciatalgia

  • sclerosi multipla

Dove si punge ? Si punge generalmente sulle zone dolenti utilizzando l'ape viva applicata più volte , con l ' ausilio di una retina finissima per estrarre il pungiglione, oppure più api fino ad un massimo di 30 punture.
La durata della terapia varia da un minimo di una seduta fino ad un massimo di alcuni mesi , come nel caso dei pazienti affetti da sclerosi multipla.




Ricerche sull'efficacia della terapia con veleno 


d'api.
 
L'unico modo di convincere gli increduli e gli scettici sull'efficacia terapeutica del veleno d'api è di sperimentare questo prodotto su diverse patologie.
Negli ultimi vent'anni sono state eseguite numerose ricerche utilizzando modelli animali . Nei ratti , ad esempio , sono state iniettate nelle articolazioni degli arti sostanze per indurre lo sviluppo di processi infiammatori ; è stata quindi valutata l'efficacia del veleno d'api e del placebo nel ridurre o prevenire l'infiammazione.
Una di queste ricerche , condotta da Y.Chang e M. Bliven nel 1979 , verificò come il veleno non soltanto riducesse l'infiammazione , ma anche riuscisse a prevenire lo sviluppo dell'artrite nel ratto.
Lorenzette , Fortenberry e Busby avevano ottenuto gli stessi risultati nel 1972 .
Queste ricerche sono state avvalorate dallo studio di Eiseman , Von Bredow e Alvares che nel 1981 dimostrarono come il veleno (somministrato giornalmente ai ratti per 24 giorni ) ha la capacità di sopprimere ma non di eliminare l'infiammazione artritica degli arti posteriori di questi animali.
Vick ed altri suoi collaboratori studiarono nel 1975 l'eficacia di questa terapia su alcuni cani affetti da artrosi dell'anca , trovando che la capacità di movimento di questi animali aumentava del 70% rispetto al gruppo di controllo.
Nel 1992 nel New Jersey fu condotto il primo studio sull'uomo . Un gruppo di 108 soggetti affetti da artrosi , in cui le terapie tradizionali avevano fallito, furono trattati con il veleno d'api due volte alla settimana per un periodo di dieci settimane .
Non furono registrate complicazioni e la maggior parte dei soggetti mostrò un significativo miglioramento della sintomatologia dolorosa.
Nonostante questi incoraggianti risultati sono necessarie ulteriori ricerche , in special modo sull'uomo , prima che la comunità medica scientifica possa accettare il veleno d'api come un trattamento per l'artrite e per altre patologie in cui trova indicazione.

Esempi di trattamento
Artrosi di ginocchio
Lombalgia






 prodotti dal veleno di ape




in visuale il famoso pungiglione dell'ape

mercoledì 15 aprile 2015

un grave pericolo incombe sull'Europa per la vita delle api


nella strategia difensiva dell'ape giapponese quando immobilizza l'esploratore calabrone gigante giapponese e porta la temperatura a 46 C° tramite un battito d'ali intensissimo di una moltitudine di api....UNA  PARTE  DEL  SUO  CERVELLO  RIMANE  MOLTO  ATTIVA......determinado l'arrostimento lento del calabrone eploratore, che non potra' avvisare la sua colonia dell'avvistamento delle api che eludono l'invasione dei calabroni che sarebbe per loro mortale




Ma come mai gli americani si interessano tanto di questo grosso insetto cinese? Perché sembra essere stato trovato anche in varie zone degli USA, per esempio nell’Illinois, a Arlington Heights, come ha denunciato un allarmato apicultore dopo un incontro ravvicinato. Ma la nuova specie esotica osservata negli Stati Uniti sembra essere non il calabrone gigante (Vespa mandarinia), bensì il calabrone asiatico (Vespa velutina), di taglia un poco più piccola, che è ugualmente temibile per uomo e api in estremo Oriente, mentre in Europa e in America, dove è arrivato grazie alle importazioni dall’Asia, sembrerebbe finora non letale per l’uomo (tranne, come si sa, per individui con allergia specifica), però responsabile di punture dolorosissime e con cicatrici, e predatore implacabile di api. Gli apicoltori, perciò, sono nel panico: dopo la varròa, ora anche il calabrone asiatico! La produzione di miele nei Paesi occidentali potrebbe diminuire ulteriormente. Ma più grave ancora il rischio della mancata impollinazione in svariate piante importanti per la nostra alimentazione. Gli agricoltori sono preoccupati. Vari esemplari e grossi nidi di calabrone asiatico (Vespa velutina) sono stati trovati anche in Italia (v. articolo di giornale e immagine in basso), o a causa delle importazioni di piante orientali o, più probabilmente, per sconfinamento dalla Francia meridionale verso Liguria e Piemonte, come riferito da esperti e studiosi. Fatto sta che è arrivato già in Lombardia e in altre regioni del Nord Italia. Ma questi calabroni sono in grado di guadagnare centinaia di chilometri all’anno. Sono già presenti in Belgio e Gran Bretagna. Studiosi dell’Università di Torino stanno già studiando efficaci controlli e rimedi. D’altra parte, l’ecologia ha pure le sue regole, e si spera che i rigidi inverni europei non permetteranno, per ora, la proliferazione di questa specie esotica oltre la soglia di pericolo. Ma l’impatto sulla produzione di miele potrebbe essere notevole.


calabrone giapponese




come si difendono le api giapponesi dal calabrone giapponese...grazie all'attivita' di una zona del cervello




Una situazione di sconforto nel vedere in pochi giorni le api assediate in modo massiccio dalla Vespa Velutina. Nel video si sente la telefonata con un amico... Anche se le avevo già viste in azione lo scorso anno non immaginavamo un'escalation così violenta. Lo sconforto e l'impotenza possono scoraggiare ma non possiamo rassegnarci. Come Associazione APILIGURIA stiamo lavorando senza sosta quotidianamente in una lotta contro il tempo






prima foto: calabrone gigante giapponese

seconda foto: calabrone asiatico chiamato in Europa vespa velutina

sabato 27 novembre 2010

il calabrone predatore di Apis mellifera

La maggior parte delle persone identificano «la ola» con il calcio, stadi affollati e divertimento. Ma la ola non è riservata ai tifosi urlanti. Ricercatori dell'università di Graz, in Austria, e dei Royal Botanic Gardens Kew, nel Regno Unito, hanno svelato il mistero relativo al fenomeno del «fremito» nelle api mellifere giganti. La loro scoperta è stata recentemente pubblicata sulla rivista PLoS ONE.

Quando sono in allarme, centinaia o persino migliaia di singole api mellifere muovono i loro addomi verso l'alto creando sull'alveare un disegno simile ad una ola. La squadra di ricerca ha detto che il fenomeno del fremito permette alle api mellifere di comunicare e difendersi dai calabroni predatori. Questa mossa è particolarmente importante perché l'onda costringe i predatori a trovare altre prede, proteggendo così non solo le api ma anche i loro nidi.

Il prof. Gerald Kastberger dell'istituto di zoologia dell'Università di Graz ha guidato la squadra di scienziati che hanno esaminato in che modo funziona effettivamente questo comportamento. I ricercatori avevano capito già da tempo che il fremito era innescato da uno stimolo visivo dei predatori. Le api mellifere giganti stimolano all'azione le proprie compagne di alveare, creando in questo modo l'effetto del fremito.

Questo comportamento genera una «cortina di api» o «area protetta» di circa 50 cm attorno al favo, che rende la comunicazione tra le api veloce, efficace e continua. Per di più, i potenziali predatori si scontrano con un muro e non riescono ad entrare.

Il prof. Kastberger ha installato due telecamere per riprendere l'attività delle colonie di api mellifere. La squadra di ricerca ha esaminato circa 500 episodi di interazioni tra api e calabroni, fotogramma per fotogramma. Si è evidenziato che le colonie di api mellifere giganti innescano questo comportamento allo scopo di allontanare i calabroni; più veloce è l'avvicinamento dei calabroni, più forte è il fremito delle api.

Lo studio ha anche mostrato che quando si trovano davanti questa ola cangiante, i calabroni si girano e se ne vanno. Secondo i ricercatori, il fremito su larga scala può allontanare i calabroni predatori, mentre un fremito minore riesce a confondere gli insetti pericolosi. I predatori sono costretti a nutrirsi di api che volano liberamente.

Nel loro rapporto, i ricercatori si sono anche concentrati sui principi evolutivi relativi al modo in cui le api mellifere giganti traggono beneficio dal fremito. In base ai loro risultati, la squadra ha detto che il fremito è un fattore chiave nelle vite delle api mellifere, in particolare poiché permette loro di portare avanti lo stile di vita a nido aperto che hanno sviluppato milioni di anni fa.

Sono le api mellifere del Sud-est asiatico a formare i loro nidi a favo unico in zone aperte. Queste api mellifere giganti scelgono di posizionare gli alveari su alberi, rocce o edifici costruiti dall'uomo. La squadra ha detto che un loro comportamento tipico è quello di ritornare in questi siti nel corso degli anni.

Secondo i ricercatori, il trasferimento di informazioni e l'autorganizzazione sono le componenti chiave dell'effetto fremito.






martedì 17 agosto 2010

quindicesima classificazione di Apis mellifera: la sottofamiglia Apinae


Apinae è una sottofamiglia di apidi, che comprende alcune migliaia di specie divise in 20 Tribù, tra le quali si annoverano gli Apini o api mellifere e i Bombini o bombi

Descrizione
Questi animali sono caratterizzati dal fatto di possedere delle zampe conformate appositamente per la raccolta e l'immagazzinamento del polline. Le zampe sono, infatti, dotate del rastellum, una fila di setole rigide ubicata al loro apice, e della cestella, una cavità in cui, per mezzo del rastellum, il polline è collocato per il suo trasporto fino all'alveare


giovedì 8 luglio 2010

quattordicesima classificazione scientifica di Apis mellifera: la Famiglia Apidae


The Apidae are a large family of bees, comprising the common honey bees, stingless bees (which are also cultured for honey), carpenter bees, orchid bees, cuckoo bees, bumblebees, and various other less well-known groups. The family Apidae presently includes all the genera that were previously classified in the families Anthophoridae and Ctenoplectridae, and most of these are solitary species, though a few are also cleptoparasites. The four groups that were subfamilies in the old family Apidae are presently ranked as tribes within the subfamily Apinae. This trend has been taken to its extreme in a few recent classifications that place all the existing bee families together under the name "Apidae" (or, alternatively, the non-Linnaean clade "Anthophila"), but this is not a widely-accepted practice.


The subfamily Apinae contains a diversity of lineages, the majority of which are solitary, and whose nests are simple burrows in the soil. However, honey bees, stingless bees, and bumblebees are colonial (eusocial), though they are sometimes believed to have each developed this independently, and show notable differences in such things as communication between workers and methods of nest construction. Xylocopines (the subfamily which includes carpenter bees) are mostly solitary, though they tend to be gregarious, and some lineages such as the Allodapini contain eusocial species; most members of this subfamily make nests in plant stems or wood. The nomadines are all cleptoparasites in the nests of other bees.





giovedì 1 luglio 2010

tredicesima classificazione scientifica di Apis mellifera: la Superfamiglia Apoidea

Gli Apoidei (Apoidea Latreille, 1802) sono una superfamiglia di imenotteri che raggruppa circa 20.000 specie, la più nota delle quali è l'ape domestica da miele (Apis mellifera).


Descrizione.  La morfologia degli Apoidei riflette la loro specializzazione di insetti bottinatori di polline: il corpo è più o meno ricoperto di peli, l'apparato buccale è adattato al prelievo del nettare, le zampe presentano modificazioni atte a favorire la raccolta del polline.
Apparato boccale. Apparato boccale lambente succhiante dell'ape: le mandibole perdono la funzione masticatoria e l'alimentazione è affidata al complesso maxillo-labiale.L'apparato boccale degli Apoidei è di tipo masticatore-succhiante, masticatore-lambente e masticatore-lambente-succhiante ed è per lo più adatto ad aspirare liquidi zuccherini (nettare, miele, melata). Le mandibole perdono del tutto la capacità di masticare e i liquidi sono succhiati per mezzo del complesso maxillo-labiale: la galea e i palpi labiali sono sviluppati in lunghezza e appiattiti; alla ligula, l'insetto forma un canale di suzione attraverso il quale viene aspirato l'alimento liquido. Le specie appartenenti alle famiglie più primitive (Collectidae, Andrenidae, Stenotritidae, Halictidae, Melittidae) possiedono una ligula corta che consente loro di bottinare solo fiori che possiedono una corolla poco profonda. Altre (Megachilidae, Apidae), hanno una ligula più adatta alle corolle più profonde.
Zampe. Zampa posteriore dell'ape (lato esterno). I due articoli più sviluppati sono, rispettivamente, il primo tarsomero (a sinistra) e la tibia (a destra). Sulla tibia sono evidenti le due serie di setole che delimitano la cestella. Zampa posteriore dell'ape (lato interno). Sul primo tarsomero sono evidenti le serie trasversali di setole che formano la spazzola. Hanno zampe di tipo fondamentalmente ambulatorio, ma che presentano particolari formazioni finalizzate a raschiare il polline attaccato al corpo e raccoglierlo in un vero e proprio organo di trasporto localizzato nelle tibie posteriori. Una particolare caratteristica degli Apoidei è l'eccezionale sviluppo del primo tarsomero, molto più grande dei successivi. La stregghia è un particolare adattamento della zampa anteriore, in corrispondenza del primo tarsomero e della tibia, ed ha lo scopo di facilitare la pulizia delle antenne. Il lato ventrale del primo tarsomero, in prossimità dell'articolazione tibio-tarsale, presenta un incavo semicircolare rivestito da una serie di brevi setole, che simulano una spazzola. La chiusura dell'articolazione tibio-tarsale fa in modo che lo sperone distale della tibia si opponga all'apertura dell'incavo chiudendo un lume subcircolare in cui viene fatta passare l'antenna. Lo sperone, in questo modo, esercita una spinta che costringe l'antenna a scorrere dentro l'incavo del tarsomero, mentre le setole raschiano il polline rimasto attaccato alle antenne. La cestella è una concavità presente sulla faccia esterna delle tibie posteriori, sui cui margini sono inserite setole rade e lunghe. L'insetto spazzola il polline dal corpo, aiutandosi con le zampe anteriori e quelle posteriori e lo inumidisce compattandolo sulla cestella; le setole hanno naturalmente la funzione di formare una gabbia che trattiene il polline. Questa struttura si evidenzia in particolare quando le operaie bottinatrici tornano al nido o all'alveare: il polline raccolto si presenta in forma di due masserelle globose, di colore generalmente giallastro, più o meno aranciato, ai lati delle zampe posteriori. La spazzola è una serie di setole fitte e robuste, disposte in più file trasversali sulla faccia interna del primo tarsomero delle zampe posteriori. È usata per raschiare il polline dal torace, dalle ali e dall'addome.
Ali. La discriminazione sistematica degli Apoidei si avvale della morfologia delle nervature alari.
Biologia. Nelle api solitarie (p.es. Colletes, Anthophora, Xylocopa): ciascuna femmina, dopo la fecondazione, costruisce un nido, in genere semplici cavità scavate nel suolo o nel legno, formato da una serie di cellette, poi le riempie di nettare e di polline impastati, fino a formare il cosiddetto “pane delle api”; in ultimo depongono un uovo nella celletta. Le loro larve si sviluppano esclusivamente grazie a queste provviste, senza ricevere alcuna altra cura dalla madre. Nelle api comunitarie (p.es. Andrena, Megachile): le femmine utilizzano un nido comune in cui ognuna costruisce e approvvigiona le proprie celle. Nelle api quasi sociali (p.es. Nomia): le femmine cooperano nella costruzione del nido e nell'approvvigionamento delle celle, ma senza alcuna divisione del lavoro. Nelle api semisociali (p.es. Halictus): le femmine cooperano nella costruzione del nido e nell'approvvigionamento delle celle, e sono divise in due caste funzionali: accanto alle femmine fecondate, vi sono anche femmine operaie sterili. Nelle api sociali (p.es. Apis, Bombus, alcune specie di Halictus): sono caratterizzate dalla sovrapposizione nel nido di più generazioni e da una divisione del lavoro basata sulla presenza di differenti caste. La femmina fondatrice di Evylaeus marginatus, ad esempio, vive 5-6 anni nel nido. Per i primi 4 anni nascono, per partenogenesi, solo operaie femmine sterili; a partire dal quinto anno nascono anche maschi e femmine, e queste diverranno future regine. Tutto ciò lascia supporre che, a partire dalle api solitarie, si sia progressivamente originato un raggruppamento di più nidi individuali in una stessa area; successivamente potrebbe essere stata adottata una entrata comune per più nidi individuali e, successivamente, potrebbero essersi instaurati rapporti di cooperazione tra le femmine di uno stesso nido comune.
Alimentazione. In base alle preferenze fiorali si distinguono:
specie oligolettiche - sono quelle che si approvvigionano di polline su un limitato numero di specie; si distinguono a loro volta in specie strettamente oligolettiche quando bottinano poche specie di un solo genere (p.es. Colletes cunicularius si nutre esclusivamente di polline di Salix spp., Andrena florea è specializzata in Bryonia spp.), e specie largamente oligolettiche quando si nutrono di polline di specie appartenenti a generi diversi della stessa famiglia (p.es. Andrena agilissima, che limita le sue scelte a generi della famiglia delle Cruciferae, o A. fuscipes, specializzata in Ericaceae spp.).
specie polilettiche - sono quelle che bottinano su svariate specie di diverse famiglie; l'ape domestica, Apis mellifera, è l'esempio più rappresentativo di apoideo polilettico.
Non è raro osservare specie ritenute oligolettiche che modificano il loro comportamento in funzione della momentanea indisponibilità di pollini della specie preferita: Colletes cunicularius, per esempio, può orientare la sua attività bottinatrice a specie diverse da Salix spp. in caso di indisponibilità di queste ultime.
Vi sono poi apoidei che mostrando una specializzazione per la raccolta del polline su fiori di specie non nettarifere (ad es.Ophrys spp.), debbono necessariamente ricorrere ad altre specie per soddisfare il loro fabbisogno di glucidi.
Alcune specie non nettarifere ospitano talora colonie di afidi la cui melata si accumula nello sperone dei fiori: è il caso, per esempio, dell'orchidea Barlia robertiana, che ospita numerose colonie dell'afide Dysaphis tulipae, la cui melata funge da attrattiva per l'insetto impollinatore Bombus hortorum.
Riproduzione. Le api solitarie con comportamenti tradizionali si accoppiano quando i maschi, che anticipano le femmine nell'uscita dalla fase pupale, si accorgono di una femmina con feromone, e quindi la sommergono in gran numero per vincere la concorrenza; generalmente i maschi non sono aggressivi nei confronti dei loro simili ad eccezione di alcuni antoforini e di megachilidi che combattono per allontanare i maschi dal loro territorio. Le femmine costruiscono individualmente il nido, formato da una decina di celle utilizzate per il cibo e muoiono spesso prima della comparsa della nuova generazione di api. Anche le api solitarie sono lavoratrici a tempo pieno, instancabili nella ricerca di cibo, nella deposizione dell'uovo e nello scavo e nella cura delle celle.
Nelle api sociali più evolute come Apis mellifera, la regina è seguita e corteggiata da una schiera di maschi, i fuchi. Soltanto uno dei fuchi, salvo qualche eccezione, feconda la femmina, la quale conserva il seme maschile in una spermateca; al momento della ovodeposizione la regina ha la facoltà di controllare il processo di fecondazione delle uova. Le uova non fecondate (o partenogenetiche) producono individui di sesso maschile, geneticamente aploidi, con 16 cromosomi, mentre le uova fecondate producono femmine diploidi, con 32 cromosomi. Se le condizioni ambientali lo consentono una regina arriva a deporre fino a 2000-3000 uova al giorno, attaccando ciascun uovo sul fondo di una cella.
Struttura dei nidi.
Alcune famiglie di Apoidea (Andrenidae, Melittidae, Halictidae e Collectidae) sono terricole, cioè scavano un nido nel terreno, in un ambiente difficile a causa dell'umidità e quindi della proliferazione batterica, e di funghi. Le specie solitarie terricole sono generalmente dotate di una particolare ghiandola addominale (ghiandola di Dufour) che si apre vicino al pungiglione (aculeo), e che secerne sostanze che impermeabilizzano le celle per le larve ed il cibo; alcune specie, invece, ricoprono le pareti delle celle con sostanze resinose vegetali.
Altre specie (Xylocopinae, Collectidae) sono lignicole, cioè utilizzano per nidificare le ceppaie, il legname e diversi tipi di fusti vegetali; le Xylocopinae, generalmente riescono a bucare tramite le loro mandibole il legno e talvolta ad arrecare qualche danno alle travi degli edifici. Altre specie, ancora, utilizzano cavità e substrati di ogni tipo. I Megachilidae, ad esempio, utilizzano il legno ma talvolta anche le anfrattuosità di una pietra, le concavità delle tegole di un tetto, le fessure di un muro,le scarpate, ecc.
Megachile centuncularis utilizza gallerie precentemente scavate negli alberi da insetti xilofagi, come i coleotteri cerambicidi, ricoprendole con frammenti di foglie di rosa, mentre Osmia rufa utilizza i gusci vuoti delle chiocciole, dentro i quali fabbrica caratteristiche cellette a forma di botte; Calicodoma muraria impasta terra e saliva fabbricando cellette compatte come cemento.
Nei bombi, la regina crea una cavità sferica di 3-4 cm di diametro collegata con l'esterno con un foro di qualche cm di lunghezza. La cavità è creata in un riparo utilizzando i materiali disponibili nell'ambiente. Subito dopo essa costruisce un oriolo di cera per conservarvi il miele, che sarà utilizzato solo quando la regina non può uscire dal nido per avversità climatiche. Inoltre la regina predispone un ammasso di polline a forma di otre, sopra il quale depone 8-16 uova che poi ricopre con cera. Fino al momento della schiusa (4-6 giorni dopo la ovodeposizione), la regina resta nel nido, stando sopra l'ammasso di polline in modo da covare le uova. La struttura più complessa, che nelle forme più evolute può arrivare ad ospitare decine di migliaia di individui, è rappresentata dal favo, un raggruppamento di celle esagonali modellate con la cera, secreta dalle ghiandole addominali delle operaie. Alcune api solitarie della sottofamiglia Nomadinae (p.es. Nomada, Epeolus, Triepeolus, Holcopasites) seguono un comportamento parassitario e depongono le uova nei nidi di altre api. Gli inglesi le chiamano "api cuculo" e le loro larve sono munite di mandibole, con le quali smembrano le larve ospiti e approfittano delle celle di cibo per nutrirsi.
Distribuzione. Gli Apoidei hanno distribuzione pressocchè ubiquitaria essendo presenti in tutti i continenti ad eccezione dell'Antartide. Le aree in cui si concentra la maggiore biodiversità sono rappresentate dalle regioni temperate-calde del Mediterraneo e dalla California. Alcune famiglie sono presenti solo in Africa (Meganomiidae) mentre altre hanno in Africa il maggior numero di generi e specie (Dasypodaidae e Melittidae).

sabato 26 giugno 2010

dodicesima classificazione scientifica di Apis mellifera: la Sezione Aculeata

Inquadramento sistematico.  La classificazione tradizionale suddivide gli Apocriti in Terebrantia e Aculeata. I primi sono Imenotteri forniti di terebra con funzione di ovideposizione, in gran parte costituiti da insetti parassitoidi o, in minor misura, fitofagi. Gli Aculeati comprendono invece specie in cui la terebra è retratta ed estroflettibile e ha perso la primitiva funzione dell'ovideposizione trasformandosi in un aculeo utilizzato come mezzo di difesa o offesa. In molti Aculeati, tuttavia, l'aculeo può essere atrofizzato oppure ha perso la sua funzione. Gli Aculeati costituiscono un raggruppamento monofiletico pertanto il termine è largamente usato in via informale. Gli Apocriti non Aculeati formano un raggruppamento parafiletico (Terebrantia) pertanto la suddivisione dicotomica non è più accettata negli schemi basati sulle relazioni filogenetiche. Tali schemi suddividono gli Apocriti direttamente in superfamiglie.
Suddivisione interna
La vecchia classificazione distingueva diverse superfamiglie. In seguito la maggior parte di queste sono state inserite al rango di famiglia in altre superfamiglie. Nell'elenco che segue è indicata fra parentesi l'attuale collocazione delle superfamiglie tradizionalmente annoverate fra gli Aculeata:
Apoidea
Chrysidoidea (ex Bethyloidea)
Bethyloidea (ora Chrysidoidea)
Formicoidea (inserita in Vespoidea)
Pompiloidea (inserita in Vespoidea)
Scolioidea (inserita in Vespoidea)
Sphecoidea (inserita in Apoidea)

Vespoidea

martedì 22 giugno 2010

undicesima classificazione scientifica di Apis mellifera: il Sottordine Apocrita



Gli Apocriti (Apocrita) sono un sottordine di Insetti comprendente le forme più evolute dell'ordine degli Imenotteri.


Regione toracico-addominale: i caratteri distintivi degli Apocriti risiedono nella struttura morfologica delle regioni del torace e dell'addome, marcatamente modificata rispetto alla struttura tipica del corpo degli insetti:
Il primo segmento addominale (urite) concorre a formare la regione del torace: assumendo la fisionomia di un quarto segmento toracico, detto propodeo, è strettamente connesso al metatorace distinguendosi morfologicamente dal resto dell'addome.
L'addome è suddiviso in due regioni morfologiche: anteriormente il peziolo, posteriormente il gastro. Il peziolo assume la forma di un sottile peduncolo, più o meno allungato, che congiunge il resto dell'addome al torace. Alla formazione del peziolo concorrono il II urite oppure il II e III urite. Di conseguenza l'addome apparente, il gastro, è formato dai restanti uriti, a partire dal III o dal IV.
In alcuni Apocriti, appartenenti alla superfamiglia dei Calcidoidei, il peziolo è piuttosto ridotto al punto che l'addome è apparentemente sessile. In tutti gli altri Imenotteri Apocriti l'addome è visibilmente peduncolato e in alcuni gruppi sistematici il peziolo raggiunge una notevole lunghezza.
Ovopositore: l'altra caratteristica morfologica distintiva degli Apocriti risiede nella struttura dell'ovopositore. Alla formazione di questo organo concorrono l'VIII e IX urite. Morfologicamente si presenta composto da due coppie di processi latero-ventrali ai quali sono connesse 3 coppie di processi detti valvule particolarmente sviluppati in lunghezza. I processi laterali sono distinti in due coppie di valviferi, formati rispettivamente dai due uriti. Alla prima coppia di valviveri si connettono due espansioni laminari di forma quadrangolare, dette lamine quadrate. Le valvule sono rispettivamente denominate prime, seconde e terze valvule. Le prime valvule sono fuse a formare una guaina in cui scorre la coppia delle seconde valvule. Le terze valvule, setolose e poco sclerotizzate, formano una sorta di astuccio allungato che racchiude le altre valvule. Le prime e seconde valvule sono fortemente sclerotizzate e formano un organo, detto terebra, in grado di penetrare, talvolta, tessuti vegetali particolarmente resistenti come il legno o la corteccia degli alberi, la cuticola di altri insetti, l'epidermide dei Mammiferi.
In alcuni gruppi sistematici, riuniti nella vecchia sezione dei Terebrantia, la terebra è particolarmente allungata e viene usata come ovopositore. Questi Apocriti, per la maggior parte parassiti di altri Artropodi, sono in grado di perforare con la terebra materiali anche di notevole spessore e depositare le uova in profondità fino a raggiungere le vittime. Nei restanti Apocriti, riuniniti nella vecchia sezione degli Aculeata, l'apertura genitale femmine è fisicamente distanziata dalla base dell'ovopositore e la terebra ha perso la sua primitiva funzione trasformandosi in un organo di offesa e difesa, detto aculeo o pungiglione. Il pungiglione è retratto nell'addome e viene estroflesso al momento dell'uso.
Apparato boccale: l'apparato boccale è masticatore oppure masticatore-lambente o masticatore-succhiante. In alcuni gruppi sistematici (Apoidea) le mandibole perdono del tutto la loro primitiva funzione e sono utilizzate per altri scopi, come organi di lavoro o di trasporto, lasciando alla ligula la funzione dell'assunzione di cibi liquidi (apparato boccale secondariamente succhiante o lambente). Gli Apocriti hanno svariati regimi alimentari. Gli adulti possono nutririsi di liquidi zuccherini, con dieta eventualmente integrata dal polline, oppure sono carnivori (zoofagi o artropofagi), oppure onnivori. Poche sono le forme fitofaghe.
Stadi giovanili le larve sono apode e anoftalme e morfologicamente semplificate, incapaci di vita autonoma. Nelle forme parassite svolgono il loro sviluppo all'interno di un ospite, in quelle fitofaghe all'interno di tessuti vegetali (spesso trasformati in galle), oppure all'interno di nidi predisposti dalla femmina o da una vera e propria comunità nelle forme sociali. L'alimentazione delle larve che si sviluppano nei nidi è curata dagli adulti e la dieta è basata su vittime predate oppure materiali vegetali oppure liquidi zuccherini arricchiti di polline (miele).

domenica 20 giugno 2010

decima classificazione scientifica nella sezione Hymenopteroidea di Apis mellifera: l'Ordine Hymenoptera

Gli imenotteri (Hymenoptera) sono un ordine di insetti, incluso nella sottoclasse Pterygota (Endopterygota Oligoneoptera) e, come unico ordine, nella sezione Hymenopteroidea, che comprende oltre 120.000 specie diffuse in tutto il mondo. Il nome si riferisce alle ali membranose, e deriva dal greco antico ὑμήν (humen): membrana e πτερόν (pteron): ala. Si dividono in due sottordini: i Sinfiti (Symphyta o Chalastogastra), caratterizzati dall'avere l'addome unito al torace senza strozzatura, e gli Apocriti (Apocrita o Clistogastra), più evoluti, con torace distintamente separato dall'addome. Sono insetti di piccole medie e grandi dimensioni, terrestri, alati o atteri, con livrea di colore vario e con esoscheletro poco consistente. In alcuni gruppi sistematici è frequente il polimorfismo di casta. L'Ordine è presente dal Mesozoico (Giurassico inferiore).
Morfologia dell'adulto
Capo. Il capo è generalmente ipognato, ma in alcuni gruppi sistematici può essere anche prognato. È molto mobile, collegato al torace da un sottile collo. Ha occhi composti e 3 ocelli (non sempre presenti).
Antenne. Le antenne sono di forma varia, talora differenti nei due sessi. L'articolo prossimale (scapo) è più o meno allungato e quello successivo (pedicello) breve e di forma conica. Sul pedicello si articola il flagello composto da un numero più o meno elevato di articoli di varia forma, che possono arrivare in numero anche a diverse decine. In generale nelle forme evolute il numero di articoli distali si riduce e la forma è pressoché discoidale. La morfologia e la posizione delle antenne è un importante elemento di identificazione sistematica.
Apparato boccale. L'apparato boccale è masticatore, masticatore-lambente o masticatore-succhiante. In tutte le forme sono presenti le mandibole, ma spesso svolgono funzioni non associate all'alimentazione: in molti imenotteri ad esempio sono usate durante lo sfarfallamento per aprire la cella pupale oppure, nelle specie endoparassite, per aprire un varco nel tegumento dell'ospite; in altri sono usate per la costruzione del nido e per trasportare materiale usato allo scopo. Gli elementi che differenziano in modo significativo l'apparato boccale degli imenotteri è il complesso maxillo-labiale, composto dalle due mascelle e dal labbro inferiore. Pur variando nella forma, la struttura della mascella è quella tipica: è composta da un elemento prossimale, detto cardine, articolato all'ipostoma e uno distale, talvolta particolarmente allungato, detto stipite. Sullo stipite si articolano il palpo mascellare, composto da 1-6 articoli, e più internamente i due lobi detti rispettivamente galea e lacinia (in ordine, dall'esterno all'interno). Il labbro inferiore è composto, come nell'apparato boccale masticatore tipo degli insetti in due parti, una fissa, detta postlabio, e una distale mobile, detta prelabio. Il postlabio è suddiviso in due elementi morfologici, il submento e, più distalmente, il mento. Il prelabio comprende un elemento basale detto premento, sul quale si articolano all'esterno i palpi labiali, e all'interno i lobi. Questi sono distinti in due paraglosse, laterali, e nella glossa, centrale. Nel complesso le paraglosse e la glossa formano la ligula.
Torace. Il torace è caratterizzato da un grande sviluppo del mesotorace rispetto al protorace e al metatorace, quest'ultimo piuttosto ridotto in sviluppo. Una particolarità propria degli Imenotteri Apocriti è la connessione del I urite con il torace vero e proprio, formando un quarto segmento detto propodeo. Il mesonoto è spesso percorso da due solchi, detti solchi parapsidali o notauli (quest'ultimo è in realtà un termine usato nella letteratura dagli autori anglosassoni come plurale di notaulus). I notauli, non sempre ben delineati o addirittura del tutto assenti, hanno un decorso longitudinale e tendono a convergere posteriormente. Suddividono il mesoscuto in tre regioni, una mediana o antero-mediana (talvolta interpretata come un prescuto) e due laterali o latero-posteriori (talvolta interpretate come scuto propriamente detto), contenenti gli scleriti alari (axille e tegule). Le zampe sono generalmente di tipo ambulatorio, bene sviluppate e robuste. Talvolta presentano adattamenti morfologici che le rendono atte a scavare o ad afferrare prede, trasportare provviste. In alcuni casi assenti.
Ali. Le ali, quando sono presenti, sono in numero di quattro e membranose; le anteriori sono più sviluppate delle posteriori. In posizione di riposo sono ripiegate all'indietro, in posizione orizzontale, lungo il dorso dell'addome. L'elemento morfofunzionale più significativo delle ali degli Imenotteri è l'apparato di collegamento dell'ala posteriore all'ala anteriore. Il margine posteriore delle ali anteriori è ripiegato e ad esso si aggangiano degli uncini, detti hamuli disposti lungo il margine costale delle ali posteriori. Questo apparato fa in modo che le ali anteriori e quelle posteriori formino un'unica superficie remigante. La robustezza dell'apparato di collegamento può essere tale che le ali restano definitivamente collegate anche in fase di riposo. La venulazione delle ali è un carattere importante ai fini tassonomici nell'ambito di alcuni gruppi sistematici. In merito alla nomenclatura esistono però delle controversie ancora aperte sull'interpretazione da dare alle nervature alari, perciò nella letteratura sono riportati differenti criteri di nomenclatura. Tali controversie sono dovute ai tentativi d'interpretare la venatura delle ali degli Imenotteri su differenti criteri: evolutivi, anatomici (rapporto tra nervature e tracheazione), morfoanatomici (rapporto tra nervature longitudinali e scleriti basali). A partire dall'elaborazione del Sistema Comstock-Needham, verso la fine del XIX secolo, nel corso del XX secolo sono stati proposti fino agli anni '60 diversi modelli di riferimento. Alcuni proponevano derivazioni dal Sistema Comstock-Needham, altri sistemi specifici che prescindevano dalle omologie con gli altri ordini di Insetti, altri ancora cercavano di estrapolare in una sintesi le teorie precedenti. La diatriba fondamentale consiste nell'interpretazione della nervatura media: secondo certi modelli questa nervatura sarebbe scomparsa, mentre altri la interpretano come una nervatura che ha un decorso comune con la radio nel tratto prossimale per poi derivare in un tratto libero nella regione remigante distale. Allo stato attuale non esiste uno standard universalmente condiviso, ma l'orientamento attualmente più diffuso è quello di adottare lo schema di Herbert H. Ross  nel 1936, con successivi adattamenti.
Addome. L'addome è sessile o peduncolato, costituito da 10 uriti, di cui gli ultimi sono più o meno modificati e ridotti. Negli Apocriti vi è una marcata differenziazione della morfologia dell'addome nella parte anteriore. Oltre allo spostamento del I urite nella regione toracica, a formare il propodeo, gli Apocriti presentano un restringimento del II urite oppure del II e III, detto peziolo. Talvolta il peziolo è particolarmente allungato, talvolta si riduce in lunghezza fino a rendere l'addome secondariamente sessile. La parte dell'addome che segue il peziolo, composta dal III o dal IV urite in poi, è detta gastro.
Ovopositore. L'ovopositore è formato dal VIII e IX urosternite. Questi sterniti formano delle lamine, dette valviferi, di cui il primo paio si articola con due formazioni laminari laterali. Fra le due coppie di valviferi emergono le valvule, distinte rispettivamente in prime valvule, seconde valvule e terze. Le prime sono fuse a formare una guaina in cui scorrono le seconde valvule. Le prime e seconde valvule sono fortemente sclerificate e formano un organo perforante detto terebra. Le terze valvule sono più ampie e meno sclerificate e avvolgono la terebra. Un'importante distinzione riguarda la funzione svolta dalla terebra:
Negli Imenotteri Terebrantia l'apertura genitale è dislocata alla base dell'ovopositore e la terebra è utilizzata effettivamente come ovopositore oltre che come organo perforante.
Negli Imenotteri Aculeata l'apertura genitale è dislocata davanti e la terebra ha perso la sua primitiva funzione. L'ovopositore si ritrae nell'addome ed è estroflettibile, assumendo la funzione di organo di difesa o offesa. In questi imenotteri la terebra è detta aculeo o pungiglione.
Stadi giovanili. Gli imenotteri sono insetti olometaboli o ipermetaboli. Le larve sono riconducibili a due tipi.
Larve dotate di vita autonoma. Rientrano in questo tipo le larve eruciformi, apparentemente simili ai bruchi dei Lepidotteri. Queste larve hanno un esoscheletro robusto, capo ben differenziato con apparato boccale masticatore ben sviluppato, si muovono per mezzo di tre paia di zampe toracice e di 6-8 paia di pseudozampe addominali presenti a partire dal II urite. Rientrano in questo tipo anche le larve apode, adattate a vivere come minatrici all'interno di tessuti vegetali.
Larve non dotate di vita autonoma. Rientrano in questo tipo le larve che svolgono il loro sviluppo all'interno di un nido oppure, come endoparassite, all'interno di un ospite. Hanno una marcata semplificazione morfologica, con esoscheletro molle, capo poco distinto o per nulla differenziato, apparato boccale semplificato, assenza di organi visivi e di organi di deambulazione. Esiste una marcata eterogeneità morfologica del primo stadio larvale, fino a distinguere una quindicina di differenti forme larvali.
Le pupe sono generalmente exarate, cioè con appendici libere, e adectiche, cioè con mandibole non articolate. Si formano all'interno dell'ospite o del nido, oppure all'esterno, in prossimità dell'ospite. Sono immobili e non si nutrono.
Riproduzione. Gli Imenotteri si riproducono sia per anfigonica, con la quale si producono le femmine, sia per partenogenetica, con la quale si producono i maschi. Il fatto che i maschi siano aploidi favorisce l'altruismo. Nelle forme parassite è comune la poliembrionia.
Alimentazione. Negli imenotteri sono rappresentati svariati regimi alimentari. In base al regime alimentare gli imenotteri sono importanti sotto tre differenti aspetti: Diverse specie, diffuse soprattutto fra gli imenotteri primitivi, sono fitofaghe. Fra i fitofagi si annoverano in particolare forme fillofaghe, carpofaghe, antofaghe, spermatofaghe, palinofaghe e xilofaghe. I Terebrantia comprendono specie parassite di grande interesse perché spesso utili come ausiliari nella lotta biologica. Altre specie, fra gli Aculeati, sono invece per lo più predatrici ma il loro ruolo negli agrosistemi è talvolta controverso. Fra gli Apoidei sono comprese insetti di fondamentale importanza come pronubi. Il loro regime alimentare è basato per lo più sul polline, come fonte proteica, e su liquidi zuccherini (nettare, secondariamente melata, ecc.) come fonte energetica. Svolgono pertanto un ruolo ecologico essenziale per la riproduzione delle piante ad impollinazione entomofila.
Etologia. La maggior parte degli imenotteri conducono vita solitaria, ma in questo ordine sono rappresentate le forme più evolute e complesse di struttura sociale e più interessanti dal punto di vista etologico. Le società possono essere monoginiche (governati da una regina) oppure poliginiche (più femmine). Altri esempi interessanti dal punto di vista etologico si riscontrano in varie forme di simbiosi sia mutualistica sia parassitica.



venerdì 18 giugno 2010

nona classificazione scientifica di Apis mellifera: il Superordine Oligoneoptera

Gli Oligoneoptera sono l'unico superordine della coorte degli Endopterygota o Holometabola. Si tratta di insetti della sottoclasse Pterygota, e costituiscono nello schema tassonomico un raggruppamento la cui caratteristica generale consiste nell'olometabolia.Questi insetti hanno più stadi larvali di vario aspetto, comunque del tutto diversi dall'adulto e privi di qualsiasi traccia di ali. Agli stadi larvali segue uno stadio ninfale quiescente (pupa) durante il quale avvengono profonde modificazioni che porteranno ad un individuo adulto (immagine) completamente diverso, morfologicamente e anatomicamente, dalla larva. Nella pupa compaiono gli abbozzi delle ali. L'ontogenesi in questo gruppo si sviluppa pertanto nei seguenti stadi:
                                                       uovo - larva - pupa - immagine
Il percorso da larva ad immagine è sotto l'influsso di ormoni specifici: l'ecdisone e la neotenina (o ormone giovanile). Il primo induce la muta, il secondo inibisce la metamorfosi.
In presenza di neotenina ed ecdisone, gli insetti di questo gruppo attraversano diversi stadi larvali in cui vengono aumentate le dimensioni dell'individuo che compie, allo scopo, diverse mute. Gli abbozzi alari sono presenti durante questo stadio come aree di cellule indifferenziate denominate dischi immaginali.
Ad un certo momento, venuta meno la concentrazione di neotenina e in presenza solo di ecdisone, inizia lo stadio quiescente denominato pupa (crisalide nei Lepidotteri), a volte protetta da un pupario o da un bozzolo. Una pupa in cui le appendici del futuro adulto sono libere viene denominata pupa exaracta, mentre è detta pupa obtecta se le appendici sono saldate al corpo. Durante questo stadio molti organi larvali si degradano o vengono assorbiti e nello stesso tempo si originano le nuove strutture adulte proprie dell'immagine. Avviene cioè una totale rivoluzione strutturale da cui si genererà un nuovo individuo adulto.
Tassonomia Gli Endopterigoti comprendono almeno 680.000 specie conosciute suddivise in una decina di ordini fra cui compaiono quelli più evoluti.I più recenti orientamenti tendono a superare la suddivisione classica fra Endopterigoti e Esopterigoti, comprendendo nell'unico raggruppamento, su base filogenetico, denominato Neoptera. Con questa impostazione gli Endopterigoti si distinguerebbero dai raggruppamenti dei Polyneoptera e dei Paraneoptera come il ramo evolutivo più recente, comprendendo le forme più evolute degli Pterygota. L'individuazione dei ranghi di livello superiore a quello di ordine è tuttavia controversa. Gli Endopterigoti si possono identificare nel rango di coorte, comprendente il solo superordine degli Oligoneoptera, la cui suddivisione interna si basa sullo schema seguente:
Coorte Endopterygota
     Superordine: Oligoneoptera
          Sezione: Coleopteroidea. Ordini:
               Coleoptera (euolometaboli,ipermeboli, plometaboli)
               Strepsiptera (ipermetaboli, catametaboli, criptometaboli)
          Sezione: Neuropteroidea. Ordini:
                Neuroptera (euolometaboli)
          Sezione: Hymenopteroidea. Ordini:
               Hymenoptera (euolometaboli, ipermetaboli, polimetaboli)
          Sezione: Panorpoidea. Ordini:
               Aphaniptera (euolometaboli)
               Diptera (euolometaboli, ipermetaboli, polimetaboli, criptometaboli)
                Mecoptera (olometaboli)
                Trichoptera (euolometaboli)
                Lepidoptera (euolometaboli, ipermetaboli, catametaboli)
Un'altra classificazione, alquanto diffusa, suddivide l'ordine dei Neuroptera in tre ordini distinti, i Neurotteri propriamente detti (o Planipennia), i Megaloptera e i Raphidioptera.
Comportamento
In questo gruppo, larve e adulti differiscono non solo per l'aspetto ma anche per il comportamento: le larve, avendo lo scopo di accumulare materiali ed energia, passano la loro vita, che può essere relativamente lunga, a nutrirsi; gli adulti hanno principalmente lo scopo di riprodursi e la loro vita potrà anche essere relativamente breve.

mercoledì 16 giugno 2010

ottava classificazione scientifica di Apis mellifera: la Sottoclasse Pterygota

Gli Pterigoti (Pterygota) sono il più vasto raggruppamento di Insetti, inquadrato al rango di Sottoclasse, comprendente tutte le forme provviste di ali, compresi quelle diventate secondariamente attere nel corso dell'evoluzione da progenitori ancestrali alati.La sottoclasse comprende la maggior parte degli insetti noti. Ne resta escluso solo l'ordine dei Thysanura, compreso nella sottoclasse degli Apterygota.
Sistematica La sistematica degli Pterigoti si basa essenzialmente sulla metamorfosi e sulla genesi delle ali. Si suddivide in due grandi raggruppamenti che, secondo gli schemi tassonomici, sono elevati al rango di superordine oppure di coorte:
Exopterygota. Comprende gli insetti alati più primitivi, con metamorfosi incompleta. Le ali si formano gradualmente negli stadi di ninfa da abbozzi esterni.
Endopterygota. Comprende gli insetti alati più evoluti, con metamorfosi completa. Le ali si formano nello stadio di pupa da abbozzi alari interni (dischi preimmaginali).

Gli Esopterigoti si suddividono in due subcoorti, Palaeoptera e Neoptera. Del primo raggruppamento fanno parte per lo più insetti fossili e attualmente sono esistenti solo specie appartenenti a due ordini; il secondo raggruppamento comprende invece un più ampio numero di ordini, ripartiti in gruppi sistematici di rango intermedio (superordini e sezioni). Gli Endopterigoti comprendono ordini più evoluti, inseriti un unico raggruppamento elevato al rango di superordine, Oligoneoptera, che a sua volta si articola in più sezioni.
Lo schema tassonomico riassuntivo, limitato ai soli ordini non estinti, è il seguente:

Sottoclasse Pterygota
         Coorte Exopterygota

                 Subcoorte Palaeoptera. Ordini:
                                           Ephemeroptera - Odonata

                 Subcoorte Neoptera
                          Superordine Polyneoptera
                                  Sezione Blattoidea. Ordini:
                                         Blattodea - Mantodea - Isoptera - Zoraptera           
                                  Sezione Plecopteroidea. Ordini:
                                        Plecoptera
                                 Sezione Embiopteroidea. Ordini:
                                       Embioptera
                                 Sezione Orthopteroidea. Ordini:
                                    Grylloblattodea - Dermaptera - Phasmoidea - Orthoptera -
                                    Mantophasmatodea

                          Superordine Paraneoptera
                                 Sezione Psocoidea. Ordini:
                                    Psocoptera (o Corrodentia) - Mallophaga - Anoplura
                                 Sezione Thysanopteroidea. Ordini:
                                   Thysanoptera
                                 Sezione Rhynchotoidea. Ordini:
                                  Rhynchota



       Coorte Endopterygota
                       Superordine: Oligoneoptera
                               Sezione Neuropteroidea. Ordini:
                                Neuroptera
                      Sezione Panorpoidea. Ordini:
                               Mecoptera - Trichoptera - Lepidoptera - Diptera - Aphaniptera
                     Sezione: Coleopteroidea. Ordini:
                               Coleoptera - Strepsiptera
                     Sezione Hymenopteroidea. Ordini:
                              Hymenoptera


Un altro schema tassonomico prevede invece la ripartizione della sottoclasse in due divisioni, rispettivamente i Palaeoptera ed i Neoptera. La prima divisione corrisponde alla subcoorte omonima dello schema precedente, mentre la seconda raggruppa i Neoptera dello schema precedente e tutti gli Endopterigoti.