martedì 5 settembre 2017






Operaie o regine? Lo decide il microRNA vegetale

4 settembre 2017 - Elisa Liberatore - Stampa Stampa

Una ricerca cinese svela il ruolo chiave del microRNA vegetale – ingerito con il cibo durante la fase larvale – sullo sviluppo delle api in operaie o regine.


È ben noto che tra le api a rendere regine o operaie non sono le differenze genetiche ma la diversa dieta delle larve. Larve alimentate principalmente con polline d’api sono destinate a diventare operaie mentre è la pappa reale a renderle, in futuro, regine. Le differenze fenotipiche tra api appartenenti alle due “caste” sono rilevanti: le operaie hanno piccole dimensioni e sono sterili, mentre le regine raggiungono dimensioni maggiori, sono fertili e più longeve. Proteine, zuccheri e acidi grassi contenuti in abbondanza nella pappa reale sono stati associati alla iper-crescita delle regine, ma molti aspetti dell’effetto della dieta sullo sviluppo larvale restano oscuri. Uno studio cinese apparso su PLOS Genetics indica un nuovo elemento chiave nella differenziazione delle api: il microRNA vegetale contenuto in grandi quantità nel polline d’api.

Un microRNA è una corta sequenza (di una ventina di nucleotidi) di RNAnon codificante che contribuisce a regolare l’espressione dei geni. I ricercatori cinesi avevano già osservato come, in alcune specie animali, microRNA vegetale presente nel cibo potesse accumularsi nei tessuti e lì svolgere la propria funzione regolatrice. Hanno dunque ipotizzato che un analogo effetto potesse contribuire a determinare, nelle larve di api, lo sviluppo futuro in operaie o regine.

I ricercatori hanno dapprima campionato il microRNA vegetale presente nel polline d’api e nella pappa reale, sospettando di trovarne un quantitativo maggiore nel cibo delle operaie: infatti, il polline d’api è una miscela di pollini e miele e dunque primariamente di origine vegetale, a differenza della pappa reale, secreta da apposite ghiandole delle api nutrici. Confermata questa loro prima ipotesi, hanno studiato l’effetto del microRNA vegetale sullo sviluppo delle larve applicando diverse metodologie.

In una prima fase dello studio, test di laboratorio sono stati condotti direttamente su larve di api. I ricercatori hanno verificato che, alimentando le larve con un polline d’api sintetico arricchito di microRNA vegetale la crescita delle stesse è risultata più lenta di quella di larve dalla stessa colonia alimentate con polline naturale. Inoltre, da adulte le api alimentate in laboratorio sono risultate più piccole, leggere e con ovaie di minor dimensione delle compagne.
api


Successivamente, grazie a metodi di bioinformatica, i ricercatori hanno identificato un totale di 96 geni d’ape sui quali il microRNA vegetale proveniente da 16 diverse specie di piante è in grado di agire, ognuno target di un microRNA specifico. Alcuni dei 96 geni sono direttamente coinvolti nello sviluppo delle api in regine o operaie, come il gene denominato amTOR. Un’elevata attività di amTOR infatti determina la trasformazione delle larve in regine, mentre una sua inibizione comporta lo sviluppo di tratti da operaie anche in larve alimentate con pappa reale. AmTOR è il target del microRNA miR162a, che, secondo lo studio cinese, è in grado di inibirne l’espressione.

Effetti simili di inibizione della crescita sono stati riscontrati anche su esemplari di Drosophila melanogaster alimentati con il polline sintetico arricchito. Sebbene i moscerini della frutta non abbiamo una differenziazione in caste come le api, in questa specie sono conservati i percorsi molecolari che nelle api determinano il dimorfismo regina/operaia. Anche nei moscerini dunque un maggior contenuto di microRNA nella dieta comporta uno sviluppo più lento, il raggiungimento di dimensioni minori, sia negli esemplari maschi che nelle femmine, e nelle femmine una fertilità ridotta. I ricercatori hanno inoltre identificato il gene coinvolto nella crescita, denominato dmTOR, che presenta un sito attivo affine ad amTOR, sul quale miR162a può legarsi.

Lo studio svela dunque un complesso meccanismo di interazione tra regno vegetale e regno animale, e offre nuovi spunti per ricerche sulla co-evoluzione.

Riferimenti: PLOS Genetics

giovedì 13 aprile 2017

l'inaspettata "vista d'aquila" delle api








http://www.lescienze.it/news/2017/04/10/news/visione_api_risoluzione-3487989/?ref=nl-Le-Scienze_14-04-2017



L'inaspettata "vista d'aquila" delle api

  Nuove misurazioni neurofisiologiche hanno stabilito che l'ape può vedere distintamente un oggetto che occupa un angolo di 1,9 gradi: si tratta di una risoluzione d'immagine del 30 per cento maggiore di quanto documentato finora in questi insetti. I risultati potrebbero trovare applicazione anche nella progettazione di sistemi di visione automatici per la robotica.

 La vista delle api è decisamente migliore di quanto si pensava: lo ha scoperto un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” da un gruppo di ricercatori dell'Università di Lund, in Svezia, guidati da David O'Carroll.
La capacità di vedere distintamente un oggetto è risultata maggiore del 30 per cento, mentre la capacità di vedere un oggetto, anche se non distintamente, è cinque volte superiore.

I nuovi dati emersi dalla ricerca sono importanti non solo per la conoscenza della fisiologia di base di questi insetti ma anche per la progettazione di sistemi automatici di visione per le applicazioni robotiche.

La vista delle api affascina gli entomologi fin dalle ricerche pionieristiche di Karl von Frisch nel 1914. Con il passare dei decenni, gli studi si sono fatti sempre più complessi e raffinati, e hanno portato alla dimostrazione che questi insetti sono in grado di categorizzare gli oggetti e di imparare, tramite la visione, concetti come “simmetrico” oppure “sopra e sotto”.

“Oggi le api sono ancora un affascinante modello per i ricercatori, in particolare per i neuroscienziati”, ha spiegato Elisa Rigosi, coautrice dello studio. “Tra le altre cose, le api possono aiutare a capire come può un piccolo cervello di meno di un milione di neuroni svolgere compiti complessi.”

Ma una questione che è stata affrontata solo parzialmente è: quanto è buona la vista di un'ape?

 Precedenti ricerche hanno misurato l'acuità visiva di questi insetti, ma la maggior parte degli esperimenti è stata condotta in condizioni di semioscurità, per verificare la capacità di distinguere il contrasto cromatico e quello acromatico. L'assenza di luce però provoca cambiamenti
anatomici e fisiologici tali da alterare la risoluzione delle immagini.

L'apparato visivo delle api è costituito da migliaia di celle esagonali, dietro ognuna delle quali si trovano otto fotorecettori, cioè rivelatori presenti sulla retina che rilevano variazioni di luce: ogni volta che un oggetto passa nel campo visivo, il fotorecettore invia un segnale nervoso al cervello. L'ipotesi era quindi che in condizioni di luce piena vi fosse un notevole miglioramento dell'acuità visiva.

In questo nuovo studio, O'Carroll e colleghi hanno cercato di determinare due parametri chiave per capire l'acuità visiva dell'ape: le dimensioni del più piccolo oggetto distinguibile e la massima distanza a cui l'insetto può distinguere chiaramente un oggetto. Hanno così condotto una serie di registrazioni elettrofisiologiche delle risposte neurali in ogni singolo fotorecettore.

Dall'analisi è risultato che nella parte frontale dell'occhio, dove la risoluzione delle immagini è massima, l'ape può vedere distintamente un oggetto che occupa un angolo di 1,9 gradi: confrontato con la vista umana, è un po' come distinguere il proprio pollice stendendo un braccio di fronte a sé.

Si tratta di una risoluzione del 30 per cento migliore rispetto a quanto documentato finora. In termini del più piccolo oggetto percepibile anche se non chiaramente, il limite è di 0,6 gradi, cioè circa un terzo rispetto al limite della visione distinta. È un valore cinque volte inferiore a quanto stimato finora: in altre parole, l'acuità visiva è cinque volte superiore.

venerdì 24 febbraio 2017






Le api imparano per imitazione

Le api, come alcuni mammiferi e uccelli, imparano dai propri simili a usare strumenti per risolvere problemi complessi, e non è solo imitazione



È noto da diverso tempo che, oltre all’essere umano, le scimmie, i mammiferi acquatici e alcuni uccelli sono capaci di imparare a usare nuovi strumenti per raggiungere uno scopo. Questa abilità viene oggi estesa anche ad alcuni invertebrati. I ricercatori della Queen Mary University di Londra hanno pubblicato su Science uno studio in cui dimostrano che le api sono in grado di risolvere problemi complessi per ottenere una ricompensa, imitando e soprattutto migliorando il comportamento dei propri simili.
“Il nostro studio” dichiara Lars Chittka, co-autore della ricerca, “mette fine all’idea che l’avere un cervello piccolo limita la flessibilità comportamentale degli insetti, costringendoli solo a semplici capacità di apprendimento”.
Utilizzando delle finti insetti di plastica, i ricercatori inglesi hanno addestrato alcune api (vere stavolta) a spostare una pallina gialla al centro di una piattaforma. Solo a operazione compiuta le api avrebbero avuto accesso a una soluzione zuccherina.
Fin qui si è dunque trattato di confermare la capacità di questi insetti di apprendere un comportamento per imitazione. Le cose hanno cominciato a farsi interessanti quando il team di ricerca ha osservato il comportamento di api non addestrate in tre situazioni differenti.
Un primo gruppo di api non addestrate è stato inserito in un contesto sociale, cioè ha avuto modo di osservare altre api, precedentemente addestrate a spostare la pallina, e di apprendere la tecnica per raggiungere la ricompensa dai propri simili.
Un secondo gruppo, invece, ha avuto un maestro fantasma: i ricercatori hanno mostrato alle api dove spostare la pallina grazie all’utilizzo di un magnete. Il terzo gruppo di insetti, invece, è stato lasciato allo sbaraglio, con la pallina già posizionata al centro della piattaforma.
Questa serie di test ha dimostrato che per le api è sufficiente osservare la tecnica poche volte per farla propria e metterla in pratica: anche se le api del primo gruppo sono state le più efficienti e le più rapide a risolvere il problema, anche gli insetti del secondo gruppo sono riusciti a raggiungere la ricompensa. Le api del terzo gruppo che non avevano avuto nessuna dimostrazione sono state quelle in maggiore difficoltà, invece.
Per complicare un po’ la situazione, gli scienziati hanno anche effettuato dei test sui tre gruppi mettendo più palline all’interno della piattaforma, due più vicine all’obiettivo e una più lontana. Le api del primo gruppo, quelle che hanno potuto imparare dalle api già addestrate, hanno assistito sempre allo spostamento della pallina più lontana verso il centro della piattaforma. Questo perché le api insegnanti erano state allenate appositamente così dai ricercatori, che avevano incollato le palline più vicine in modo che non potessero essere spostate. Eppure le api del primo gruppo non si sono limitate a imitare il comportamento delle compagne ma, poiché prive del condizionamento dell’addestramento, si sono dirette alle palline più vicine all’obiettivo.
“Le api hanno risolto il compito in un modo differente rispetto a quanto era stato loro mostrato, suggerendo che le api osservatrici non abbiano semplicemente copiato il comportamento delle loro simili, ma lo abbiano migliorato” spiega Olli J. Loukola, principale autore dello studio “Questo dimostra un’impressionante flessibilità cognitiva, specialmente per un insetto”.

domenica 19 aprile 2015

il veleno dell'ape mellifera....una scoperta nell'utilita' dell'uomo


http://www.guidaestetica.it/articoli/effetto-botox-con-il-veleno-dapi


 Il veleno d'api ha un costo di 300 euro al grammo. Foto: wikipedia.it
Sono sempre più le star, ma anche le persone comuni, che cercano di evitare interventi invasivi per apparire più giovani. Alcune operazioni, infatti, bloccano in parte l'espressività del viso e non conferiscono un aspetto naturale. Il veleno d'api, invece, sembra essere una delle ultime risposte che arrivano dal Brasile per rallentare l'invecchiamento cutaneo attraverso trattamenti non invasivi. Fra le star di Hollywood è conosciuto con il nome di  botox naturale  che, utilizzato sotto forma di crema o maschera, sembra poter ridurre le rughe del viso, facendo riacquistare alla pelle tono, elasticità e morbidezza. Fra elogi e perplessità, nonostante il prezzo non alla portata di tutti, il veleno d'api continua a riscuotere un grande successo.
L’ingrediente base: la melitina
Il veleno delle api, solitamente utilizzato da questi insetti per difendere il proprio alveare anche a costo della vita, promette di contrastare l'invecchiamento della pelle. Oltre a contenere miele e polline, questa sostanza racchiude un ingrediente "miracoloso" chiamato melitina, un amminoacido con proprietà antinfiammatorie presente nel veleno delle api. È a causa della melitina che si attiva una reazione naturale quando si spalma il veleno sulla pelle del viso. Questa sostanza, infatti, provocherebbe un aumento del flusso sanguigno e di conseguenza una maggiore produzione di collagene ed elastina, due proteine già presenti nel nostro corpo che tuttavia diminuiscono con l'età, causando l'invecchiamento cutaneo. Naturalmente il prodotto non può essere usato da quell'1% circa della popolazione che è allergico alle punture e quindi al veleno di questi insetti.
A scoprire questa reazione sulla pelle del veleno d'api è un ricercatore e apicoltore brasiliano, Ciro Protta, che promette di aver trovato il segreto capace di "ingannare la pelle" e ringiovanirla.
Il 'veleno' italiano
Le star internazionali che si sono convertite al prezioso veleno sono tante, da Gwyneth Paltrow a Kylie Minogue, ma sono ben poche le persone che possono permettersi le maschere al veleno d'api che possono raggiungere il costo di 300 euro al grammo. Tuttavia esistono alternative più economiche, fra cui la crema italiana Beelight, fornita dall'omonima azienda di Urbino che propone una crema al veleno d’api al prezzo di circa 90 euro per 50 ml. Il prodotto è a base di ingredienti naturali e biologici e, per la difficoltà di estrazione del veleno, la produzione è limitata ed è solamente disponibile online.
Beelight spiega a Guidaestetica.it l'efficacia del suo prodotto tramite le parole di Giampiero Girolomoni, professore ordinario di dermatologia all'Università di Verona: "Gli studi condotti dagli esperti dimostrano che già dopo alcune settimane la pelle tende a stendersi, le rughe di espressione si addolciscono e l’effetto distensivo del volto appare più visibile".
Il costo della 'spremitura'
L'alto prezzo dei prodotti a base di veleno d'api è giustificato dalle migliaia di api che servono per produrre un grammo di questa sostanza. Secondo quanto affermano le imprese produttrici, la raccolta del veleno non sarebbe dannosa per questi insetti, che non vengono uccisi ma momentaneamente privati del loro veleno. Le api sono costrette attraverso "scariche elettriche a bassa tensione, a estroflettere il pungiglione e quindi a emettere il veleno. Utilizzando un apposito telaio collegato a un dispositivo elettrico gli apicoltori ottengono la deposizione del veleno su una lastra di vetro senza che il pungiglione rimanga conficcato nel sovrastante telo di nylon. Una volta essiccato sulla lastra il veleno viene raschiato e conservato sotto forma di cristalli" spiega Girolomoni.
L'utilizzo di tecniche non letali è un dettaglio molto importante, in quanto le api sono responsabili dell'impollinazione dei fiori e quindi dell'equilibrio naturale del pianeta. A causa dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento, il numero di questi preziosi insetti è drammaticamente diminuito negli ultimi decenni. Tanto sono importanti le api per la sopravvivenza dell’uomo che l’Unione europea ha approvato quest'anno una normativa "salva-api" che durante due anni vieterà l’utilizzo di neonicotinoidi, pesticidi pericolosi per la vita di questi insetti.
Autore: Paola Giura



 

il veleno di ape potrebbe uccidere il virus HIV che provoca l'AIDS e cellule cancerose





http://www.apicolturaonline.it/feraboli3.htm




APITERAPIA
Le proprietà curative del veleno d'api hanno una tradizione lontanissima. Nell'antico Egitto molte malattie venivano curate con i prodotti dell'alveare . Trattamenti simili sono stati riportati da Plinio e Galeno . Carlomagno ed Ivan il terribile , che soffrivano di problemi articolari , furono curati con il veleno d'api.
Likomskiy nel 1864 e Terc nel 1888 pubblicarono i primi studi clinici sull'influenza delle punture d'api sulle patologie reumatiche.
Comunque l'impiego dell' apiterapia nella cura delle patologie reumatiche iniziò soltanto nei primi anni del novecento e rapidamente si diffuse in Europa. In America fu il dottor Beck di New York che diffuse questo metodo di cura attraverso una sua ancora attuale monografia pubblicata nel 1934.
In questi ultimi anni stiamo assistendo ad un rinnovato interesse verso l'apiterapia grazie all'impegno di alcuni medici americani quali il dottor Saine , Broadmann , Cherbuliez ed altri ancora.
Nonostante tutto , questa terapia ha avuto il suo periodo di declino : infatti nella maggior parte dei testi classici di reumatologia essa è considerata un metodo di scarsa efficacia , ammettendo però il suo effetto come terapia istaminica e la sua efficacia antiinfiammatoria.
La causa di questo declino va ricercata nelle eccessive aspettative riversate in questa metodica e la sua troppo vasta diffusione senza che vi fossero esatte indicazioni terapeutiche . La conseguente poca credibilità di questo metodo è dovuta al fatto che mentre le ricerche cliniche e farmacologiche si sono svolte in laboratori con un rigore altamente scientifico , le ricerche cliniche sono state condotte , da una parte , con un entusiasmo quasi mistico e , dall'altra parte , da un gruppo di medici che credevano ciecamente nelle forze "naturali" presenti nel veleno d'ape. Inoltre molti prodotti terapeutici contenenti il veleno d'ape hanno molto spesso uno scopo esclusivamente commerciale contenendo una imprecisata e infinitesimale quantità di principio attivo di irrilevante significato terapeutico.
Se vogliamo ottenere una significativa valutazione dell'efficacia terapeutica del veleno , non dobbiamo considerarlo una panacea per ogni tipo di malattia reumatica , ma piuttosto un efficace coadiuvante del trattamento classico di queste patologie.
Le più importanti componenti del veleno , come abbiamo visto prima, sono l'istamina , la lecitinasi e la ialuronidasi.
L'istamina provoca dolore locale , edema, aumento dell'afflusso sanguigno ed agisce come un potente antiinfiammatorio. La vasodilatazione da essa provocata avviene per via riflessa , attraverso il sistema nervoso , anche nei tessuti profondi e può esercitare una influenza favorevole sulle infiammazioni croniche aumentando il metabolismo tissutale ed eliminando i prodotti dannosi dell'infiammazione.
La lecitinasi trasforma la lecitina in isolecitina (fosfolipasi B) che ha uno spiccato effetto emolitico distruggendo i globuli rossi ed altre cellule dei tessuti e partecipa all'azione fibrinolitica caratteristica del veleno d'api.
La ialuronidasi agisce come un fattore di diffusione del veleno , sciogliendo l'acido ialuronico del tessuto connettivo.
Altre sostanze proteiche presenti nel veleno hanno caratteristiche antigeniche e stimolano in questo modo le reazioni di difesa del sistema immunitario.
A quale di tutti questi fattori sia da attribuire l'effetto curativo del veleno d'api resta un mistero.
Generalmente nel punto in cui si viene punti da un imenottero si forma una piccola tumefazione di colore rosso , pruriginosa e calda che persiste per alcune ore o per alcuni giorni.
Reazioni più violente sono caratterizzate da un gonfiore più esteso che può interessare anche un intero arto.
In alcuni pazienti si associano effetti collaterali quali dolori in altre articolazioni ed in altre parti del sistema muscolo scheletrico , affaticamento, tumefazione generalizzata a tutto il corpo, cefalea , nausea e vomito , caduta della pressione sanguigna , aumento della temperatura corporea.
Queste reazioni non alterano l'efficacia terapeutica del veleno e non sono considerate un ostacolo al proseguimento della terapia , che potrà continuare utilizzando dosaggi di veleno inferiori a quello che ha scatenato l'effetto indesiderato.
L'intervallo ottimale fra una serie di punture e l'altra è di 5-7 giorni.
Le indicazioni al trattamento sono :

  • le patologie reumatiche ( artrosi , artrite reumatoide , gotta, fibromialgia ... )

  • tendiniti

  • neuropatie periferiche

  • eresipela

  • nefrite

  • idropisia

  • lombalgia , cervicalgia , sciatalgia

  • sclerosi multipla

Dove si punge ? Si punge generalmente sulle zone dolenti utilizzando l'ape viva applicata più volte , con l ' ausilio di una retina finissima per estrarre il pungiglione, oppure più api fino ad un massimo di 30 punture.
La durata della terapia varia da un minimo di una seduta fino ad un massimo di alcuni mesi , come nel caso dei pazienti affetti da sclerosi multipla.




Ricerche sull'efficacia della terapia con veleno 


d'api.
 
L'unico modo di convincere gli increduli e gli scettici sull'efficacia terapeutica del veleno d'api è di sperimentare questo prodotto su diverse patologie.
Negli ultimi vent'anni sono state eseguite numerose ricerche utilizzando modelli animali . Nei ratti , ad esempio , sono state iniettate nelle articolazioni degli arti sostanze per indurre lo sviluppo di processi infiammatori ; è stata quindi valutata l'efficacia del veleno d'api e del placebo nel ridurre o prevenire l'infiammazione.
Una di queste ricerche , condotta da Y.Chang e M. Bliven nel 1979 , verificò come il veleno non soltanto riducesse l'infiammazione , ma anche riuscisse a prevenire lo sviluppo dell'artrite nel ratto.
Lorenzette , Fortenberry e Busby avevano ottenuto gli stessi risultati nel 1972 .
Queste ricerche sono state avvalorate dallo studio di Eiseman , Von Bredow e Alvares che nel 1981 dimostrarono come il veleno (somministrato giornalmente ai ratti per 24 giorni ) ha la capacità di sopprimere ma non di eliminare l'infiammazione artritica degli arti posteriori di questi animali.
Vick ed altri suoi collaboratori studiarono nel 1975 l'eficacia di questa terapia su alcuni cani affetti da artrosi dell'anca , trovando che la capacità di movimento di questi animali aumentava del 70% rispetto al gruppo di controllo.
Nel 1992 nel New Jersey fu condotto il primo studio sull'uomo . Un gruppo di 108 soggetti affetti da artrosi , in cui le terapie tradizionali avevano fallito, furono trattati con il veleno d'api due volte alla settimana per un periodo di dieci settimane .
Non furono registrate complicazioni e la maggior parte dei soggetti mostrò un significativo miglioramento della sintomatologia dolorosa.
Nonostante questi incoraggianti risultati sono necessarie ulteriori ricerche , in special modo sull'uomo , prima che la comunità medica scientifica possa accettare il veleno d'api come un trattamento per l'artrite e per altre patologie in cui trova indicazione.

Esempi di trattamento
Artrosi di ginocchio
Lombalgia






 prodotti dal veleno di ape




in visuale il famoso pungiglione dell'ape

mercoledì 15 aprile 2015

un grave pericolo incombe sull'Europa per la vita delle api


nella strategia difensiva dell'ape giapponese quando immobilizza l'esploratore calabrone gigante giapponese e porta la temperatura a 46 C° tramite un battito d'ali intensissimo di una moltitudine di api....UNA  PARTE  DEL  SUO  CERVELLO  RIMANE  MOLTO  ATTIVA......determinado l'arrostimento lento del calabrone eploratore, che non potra' avvisare la sua colonia dell'avvistamento delle api che eludono l'invasione dei calabroni che sarebbe per loro mortale




Ma come mai gli americani si interessano tanto di questo grosso insetto cinese? Perché sembra essere stato trovato anche in varie zone degli USA, per esempio nell’Illinois, a Arlington Heights, come ha denunciato un allarmato apicultore dopo un incontro ravvicinato. Ma la nuova specie esotica osservata negli Stati Uniti sembra essere non il calabrone gigante (Vespa mandarinia), bensì il calabrone asiatico (Vespa velutina), di taglia un poco più piccola, che è ugualmente temibile per uomo e api in estremo Oriente, mentre in Europa e in America, dove è arrivato grazie alle importazioni dall’Asia, sembrerebbe finora non letale per l’uomo (tranne, come si sa, per individui con allergia specifica), però responsabile di punture dolorosissime e con cicatrici, e predatore implacabile di api. Gli apicoltori, perciò, sono nel panico: dopo la varròa, ora anche il calabrone asiatico! La produzione di miele nei Paesi occidentali potrebbe diminuire ulteriormente. Ma più grave ancora il rischio della mancata impollinazione in svariate piante importanti per la nostra alimentazione. Gli agricoltori sono preoccupati. Vari esemplari e grossi nidi di calabrone asiatico (Vespa velutina) sono stati trovati anche in Italia (v. articolo di giornale e immagine in basso), o a causa delle importazioni di piante orientali o, più probabilmente, per sconfinamento dalla Francia meridionale verso Liguria e Piemonte, come riferito da esperti e studiosi. Fatto sta che è arrivato già in Lombardia e in altre regioni del Nord Italia. Ma questi calabroni sono in grado di guadagnare centinaia di chilometri all’anno. Sono già presenti in Belgio e Gran Bretagna. Studiosi dell’Università di Torino stanno già studiando efficaci controlli e rimedi. D’altra parte, l’ecologia ha pure le sue regole, e si spera che i rigidi inverni europei non permetteranno, per ora, la proliferazione di questa specie esotica oltre la soglia di pericolo. Ma l’impatto sulla produzione di miele potrebbe essere notevole.


calabrone giapponese




come si difendono le api giapponesi dal calabrone giapponese...grazie all'attivita' di una zona del cervello




Una situazione di sconforto nel vedere in pochi giorni le api assediate in modo massiccio dalla Vespa Velutina. Nel video si sente la telefonata con un amico... Anche se le avevo già viste in azione lo scorso anno non immaginavamo un'escalation così violenta. Lo sconforto e l'impotenza possono scoraggiare ma non possiamo rassegnarci. Come Associazione APILIGURIA stiamo lavorando senza sosta quotidianamente in una lotta contro il tempo






prima foto: calabrone gigante giapponese

seconda foto: calabrone asiatico chiamato in Europa vespa velutina

sabato 27 novembre 2010

il calabrone predatore di Apis mellifera

La maggior parte delle persone identificano «la ola» con il calcio, stadi affollati e divertimento. Ma la ola non è riservata ai tifosi urlanti. Ricercatori dell'università di Graz, in Austria, e dei Royal Botanic Gardens Kew, nel Regno Unito, hanno svelato il mistero relativo al fenomeno del «fremito» nelle api mellifere giganti. La loro scoperta è stata recentemente pubblicata sulla rivista PLoS ONE.

Quando sono in allarme, centinaia o persino migliaia di singole api mellifere muovono i loro addomi verso l'alto creando sull'alveare un disegno simile ad una ola. La squadra di ricerca ha detto che il fenomeno del fremito permette alle api mellifere di comunicare e difendersi dai calabroni predatori. Questa mossa è particolarmente importante perché l'onda costringe i predatori a trovare altre prede, proteggendo così non solo le api ma anche i loro nidi.

Il prof. Gerald Kastberger dell'istituto di zoologia dell'Università di Graz ha guidato la squadra di scienziati che hanno esaminato in che modo funziona effettivamente questo comportamento. I ricercatori avevano capito già da tempo che il fremito era innescato da uno stimolo visivo dei predatori. Le api mellifere giganti stimolano all'azione le proprie compagne di alveare, creando in questo modo l'effetto del fremito.

Questo comportamento genera una «cortina di api» o «area protetta» di circa 50 cm attorno al favo, che rende la comunicazione tra le api veloce, efficace e continua. Per di più, i potenziali predatori si scontrano con un muro e non riescono ad entrare.

Il prof. Kastberger ha installato due telecamere per riprendere l'attività delle colonie di api mellifere. La squadra di ricerca ha esaminato circa 500 episodi di interazioni tra api e calabroni, fotogramma per fotogramma. Si è evidenziato che le colonie di api mellifere giganti innescano questo comportamento allo scopo di allontanare i calabroni; più veloce è l'avvicinamento dei calabroni, più forte è il fremito delle api.

Lo studio ha anche mostrato che quando si trovano davanti questa ola cangiante, i calabroni si girano e se ne vanno. Secondo i ricercatori, il fremito su larga scala può allontanare i calabroni predatori, mentre un fremito minore riesce a confondere gli insetti pericolosi. I predatori sono costretti a nutrirsi di api che volano liberamente.

Nel loro rapporto, i ricercatori si sono anche concentrati sui principi evolutivi relativi al modo in cui le api mellifere giganti traggono beneficio dal fremito. In base ai loro risultati, la squadra ha detto che il fremito è un fattore chiave nelle vite delle api mellifere, in particolare poiché permette loro di portare avanti lo stile di vita a nido aperto che hanno sviluppato milioni di anni fa.

Sono le api mellifere del Sud-est asiatico a formare i loro nidi a favo unico in zone aperte. Queste api mellifere giganti scelgono di posizionare gli alveari su alberi, rocce o edifici costruiti dall'uomo. La squadra ha detto che un loro comportamento tipico è quello di ritornare in questi siti nel corso degli anni.

Secondo i ricercatori, il trasferimento di informazioni e l'autorganizzazione sono le componenti chiave dell'effetto fremito.






martedì 17 agosto 2010

quindicesima classificazione di Apis mellifera: la sottofamiglia Apinae


Apinae è una sottofamiglia di apidi, che comprende alcune migliaia di specie divise in 20 Tribù, tra le quali si annoverano gli Apini o api mellifere e i Bombini o bombi

Descrizione
Questi animali sono caratterizzati dal fatto di possedere delle zampe conformate appositamente per la raccolta e l'immagazzinamento del polline. Le zampe sono, infatti, dotate del rastellum, una fila di setole rigide ubicata al loro apice, e della cestella, una cavità in cui, per mezzo del rastellum, il polline è collocato per il suo trasporto fino all'alveare