lunedì 16 ottobre 2017

Pesticidi su colture? A spargerli ci pensano le api

Dal Canada idea di sfruttarle per trasportare antiparassitari

Oltre a portare il polline e il nettare, le api potrebbero presto essere 'sfruttate' per trasportare anche pesticidi naturali nei fiori di piante e colture, evitando così di ricorrere all'irrorazione indiscriminata degli antiparassitari nelle coltivazioni.

Una società canadese, la Bee Vectoring Technology (Bvt), ha infatti pensato di affidare proprio ad 'ignare' api il compito di disperdere nei fiori la giusta quantità di pesticidi naturali per preservare la salute e la sopravvivenza della pianta.

L'idea è semplice: all'interno dell'arnia viene inserito un piccolo vassoio con una polvere composta da pesticidi innocui per le api e Gliocladium roseum, un fungo che non provoca disturbi agli insetti ma che attacca i parassiti delle piante. I bombi, uscendo dall'alveare, sono costretti a venire in contatto con questa polvere, che resta incollata sulle loro zampe. Una volta all'esterno, le api svolgono il loro lavoro di impollinatori; dentro i fiori lasciano però anche una 'spolverata' di pesticidi utili a proteggere la pianta e i futuri frutti.

Bvt sottolinea come questa idea non solo possa far calare la quantità di pesticidi oggi utilizzata, ma anche assicurare che queste sostanze finiscano proprio nei fiori. Secondo la società, infatti il 99% dei pesticidi spruzzati su piante e alberi finisce a terra. 


sabato 14 ottobre 2017

Per le api i pesticidi fanno da anticoncezionale

Alcuni degli insetticidi più diffusi riducono la fertilità dei fuchi, e potrebbero essere tra le cause delle recenti morie degli insetti

Secondo una ricerca recentemente pubblicata, gli insetticidi più diffusi nel mondo potrebbero agire come fattori di "controllo nascite" per i fuchi, ossia i maschi delle api. Quando esposti a sostanze come i neonicotinoidi, infatti, i fuchi presentano meno spermatozoi vitali rispetto a quelli non esposti.

È il primo studio a esaminare gli effetti sui fuchi di questa classe di insetticidi, già sospettati di avere legami con le frequenti morie delle api degli ultimi anni. "I nostri dati indicano uno dei possibili effetti sulle api dei neonicotinoidi", commenta Geoff Williams, ricercatore all'Università di Berna, che ha guidato la ricerca.

I fuchi hanno un unico compito: accoppiarsi con una regina. E proprio perché il loro principale contributo alla colonia è lo sperma, sono spesso poco considerati negli studi sulla sopravvivenza. Tuttavia, la produttività dell'ape regina e il successo della colonia possono risentire dei problemi nell'accoppiamento. Secondo i ricercatori, sono necessarie altre ricerche per capire come gli effetti dei pesticidi influenzano la riproduzione
delle api nel loro ambiente naturale.

Cos'è successo esattamente ai fuchi esposti ai pesticidi?

I ricercatori hanno analizzato i fuchi di alveari esposti a due insetticidi, il Thiametoxan e il Clothianidin. Sono stati scelti in particolare questi due perché il loro utilizzo nell'Unione Europea è sotto revisione, a causa delle preoccupazioni sul declino degli insetti impollinatori. I fuchi sono stati esposti a quantità di pesticida paragonabili a quelli a cui le api possono essere naturalmente esposte attraverso i pollini.

In confronto a fuchi non esposti ai pesticidi, quelli testati producevano il 39% di sperma in meno. Inoltre, la vitalità degli spermatozoi, calcolata come rapporto tra le cellule vive e quelle morte, era inferiore dell'8-11%. Ovviamente, solo gli spermatozoi vivi possono fecondare le uova dell'ape regina.

È questa la causa del collasso delle colonie di cui tanto si parla?

Non si sa ancora.

Nell'ultimo decennio, gli apicoltori del Nord America e dell'Europa hanno riportato una perdita annuale del 30% dei loro alveari. Nello stesso periodo è stato constatato anche un declino degli impollinatori selvatici, tra cui i bombi e la farfalla monarca. Stanno cominciando a emergere diversi fattori, tra cui malattie, parassiti e perdita dell'habitat, che potrebbero influire su questa perdita.

Inoltre, "una crescente quantità di dati indica che i neonicotinoidi possono avere effetti sub-letali", spiega Dannis vanEnglesdorp, un ricercatore che si occupa di api all'Università del Maryland, non coinvolto nel nuovo studio. "Non troveremo subito una pila di api morte, ma stiamo cominciando a renderci conto che l'esposizione a questi pesticidi danneggiano e rallentano in modo sottile la crescita delle colonie".

Gli esperti temono che il problema possa essere più grave dell'uso di uno o due pesticidi. Le api sono esposte a diverse sostanze chimiche quando vanno a raccogliere il nettare per il miele. Uno studio recente ha trovato i residui di trenta diversi pesticidi nei pollini immagazzinati negli alveari. "Non sappiamo quasi niente degli effetti additivi o sinergici che l'esposizione contemporanea a tutte queste sostanze può comportare", spiega Dave Shutler, ecologo all'Acadia University, in Nuova Scozia.

Cosa si può dire sullo stato di salute delle api regine?

Le api regine si accoppiano con diversi fuchi, e da ciascuno raccolgono una piccola quantità di sperma. Questo sperma messo da parte viene poi usato per fecondare le uova, durante tutto l'arco della loro vita. "Una riduzione del numero degli spermatozoi vitali può significare guai per la colonia, perché se non sono sufficienti la regina potrebbe dover rinunciare alla sicurezza dell'alveare per accoppiarsi di nuovo", spiega Lars Straub, studente di dottorato all'Università di Berna.

"Gli apicoltori nordamericani ed europei hanno sempre sostenuto che la cattiva salute delle api regine sia la principale causa della perdita delle colonie, ma nessuno ne conosce la ragione alla base del fenomeno", spiega Williams. Le api regine in cattiva salute fecondano meno uova. Ricerche precedenti hanno collegato i neonicotinoidi ai problemi di sopravvivenza e riproduzione delle api regine.

"Penso che questo studio sia un'ulteriore prova del fatto che queste sostanze possano avere effetti multipli", commenta vanEnglesdorp.

Cosa sono i neonicotinoidi e come sono usati?

I neonicotinoidi uccidono i parassiti danneggiandone il sistema nervoso. Sono stati introdotti alla fine degli anni Ottanta come alternativa più sicura a prodotti più vecchi e tossici. Diversamente da altri pesticidi, però, sono assorbiti da tutti i tessuti delle piante, dalla linfa alle foglie, fino al polline. Questo li rende molto efficaci contro gli insetti che succhiano la linfa, come gli afidi.

In agricoltura, i neonicotinoidi sono sparsi sulle sementi per colture come quelle di soia e mais. Quando il seme germina, il prodotto penetra nei tessuti della pianta in crescita. Mais e soia disperdono il polline attraverso il vento, non con gli insetti impollinatori. Le api possono entrare in contatto con il pesticida quando il polline di queste piante finisce nei fiori dove si foraggiano.

L'EPA, l'agenzia statunitense per l'ambiente americana sta rivedendo gli effetti di diversi nicotinoidi sulle api e altri insetti impollinatori per decidere se restringerne l'uso.






in un laboratorio del Dipartimento dell'Agricoltura USA viene prelevato il seme da un fuco per fecondare un'ape regina. Strofinando o stringendo l'addome dell'insetto si espone l'endofallo: lo sperma è la sostanza di color marrone chiaro che si vede sulla punta. Fotografia di Anand Varma, National Geographic Creative


La tecnologia che salva le api

BEEHAVE: un modello matematico che simula al computer la vita di un alveare. Potrebbe finalmente chiarire perché negli ultimi anni le colonie siano andate scomparendo. E trovare una soluzione ai problemi che minacciano la vita delle api


Gli scienziati hanno creato un modello che simula le attività di una colonia di api nel corso degli anni. Si chiama BEEHAVE, e oltre al simpatico gioco di parole contenuto nel nome sembra una sorta di The Sims con le api. È stato elaborato sulla base degli studi degli ultimi anni, che hanno monitorato le abitudini e le attività all'interno dell'alveare, integrati con altri dati che le mettono in relazione con il “mondo esterno”. Nessun aspetto della vita nell'alveare viene dunque tralasciato, dalla deposizione delle uova da parte della regina fino alle cure delle api infermiere e alla raccolta di polline e nettare. Il team di ricercatori, guidato da Juliet Osborne dell'Università dell'Exeter, ha pubblicato lo studio sulla rivista Journal of Applied Ecology.

“La sfida è capire quali sono i fattori più importanti che influenzano la crescita e la sopravvivenza di una colonia. Il modello rappresenta la prima possibilità che abbiamo di simulare gli effetti di molte variabili che agiscono in concomitanza, dalla disponibilità di cibo fino all'infestazione da parte di acari, e alle malattie. Il tutto misurato su scala
temporale molto realistica”. BEEHAVE permetterà ai ricercatori, agli apicoltori e a chiunque sia appassionato di questi insetti di predire l'evoluzione delle colonie e l'andamento della produzione del miele, basandosi anche sulle condizioni climatiche.

I conti in tasca all'alveare

I primi risultati sono già arrivati: le colonie infestate dalla varroa, un comune acaro parassita, sono più vulnerabili alla scarsità di cibo. Nel primo anno di infestazione gli effetti possono sfuggire, e anche effettuando controlli di routine è plausibile che un apicoltore non si accorga di nulla. Le conseguenze tuttavia peggiorano di anno in anno, portando anche al collasso della colonia se non si interviene con un trattamento anti-varroa specifico ed efficace.

BEEHAVE si dimostrerà utile anche per studiare le conseguenze a lungo termine dell'utilizzo di pesticidi, simulando il conseguente impatto della cospicua perdita di api bottinatrici, che si occupano del foraggiamento di polline e nettare. Sul breve termine, secondo i modelli, la colonia potrebbe resistere senza troppe difficoltà, ma andando avanti negli anni gli effetti si fanno sentire specialmente se ci fosse anche scarsità di cibo a fronte di quella delle bottinatrici. La perdita di molti individui rappresenta una minaccia non solo per il sostentamento della colonia, ma va ovviamente a colpire anche l'apicoltore specialmente in periodi delicati per la riproduzione come marzo e aprile.

Ne è un esempio il caso verificatosi a Titignano (frazione di Orvieto) la notte del 4 marzo, in cui ignoti armati di bombolette insetticide hanno sterminato due milioni di api e devastato una trentina di arnie dell'azienda apistica "La Mieleria" di Sergio D'Agostino, presidente dell'Anai, associazione nazionale apicoltori italiani. Quanto valgono quelle api, oltre al danno morale causato all'apicoltore e al suo duro lavoro? Tradotto in moneta, per una piccola azienda come questa si parla di 20-25mila euro.

Le simulazioni effettuate finora hanno mostrato che delle fonti di approvvigionamento vicine


Api di riserva per salvare l'agricoltura Usa?

La popolazione di questo fondamentale impollinatore è in forte declino con gravi rischi per i raccolti: una possibile soluzione è ricorrere a specie selvatiche più resistenti, ma che non producono miele

La vita di un'ape regina, se tutto va bene, dovrebbe durare due o tre anni. Nell'ultimo decennio però gli apicoltori statunitensi hanno riscontrato un dimezzamento di questo ciclo vitale e i ricercatori stanno cercando di capire il perché.

È una delle tante domande che compongono il mistero della mortalità delle api mellifere, un fenomeno allarmante legato a una combinazione di fattori tra cui i parassiti, i pesticidi e la perdita di habitat.

Pur non essendo native degli Stati Uniti, le api mellifere sono fondamentali per l'agricoltura americana in quanto svolgono un ruolo cruciale nell'impollinazione. Dalle mele alle mandorle, molte colture stenterebbero senza l'apporto delle api. E anche se quasi il 90 per cento degli apicoltori americani lo fa per hobby, la maggioranza degli alveari, spiega l'entomologo David Tarpy, appartiene a grandi attività commerciali.

La moria delle api potrebbe avere effetti devastanti sulla produzione alimentare e gli studiosi stanno cercando soluzioni alternative. Quasi tutte le api presenti oggi negli Stati Uniti sono di provenienza italiana e vulnerabili a un parassita, l'acaro Varroa. Le api russe, invece, sono più resistenti, e con esse i piccoli
apicoltori hanno avuto buoni risultati. Il problema, dice Tarpy, è che le api russe producono meno miele di quelle italiane e "non sono altrettanto efficaci" nell'impollinazione di vaste aree agricole.

Secondo il biologo della fauna selvatica Sam Droege, un'alternativa potrebbe essere l'utilizzo delle migliaia di specie di api selvatiche nordamericane, che sono ottime impollinatrici, pungono raramente e hanno le dimensioni di un chicco di riso. Lo svantaggio è che nessuna di queste specie selvatiche produce miele, ma "il miele possiamo sempre importarlo da altri paesi", ribatte Droege.


lunedì 9 ottobre 2017

Il 75% del miele contiene neonicotinoidi: api a rischio

Ben tre quarti del miele consumato a livello globale contiene almeno un insetticida potenzialmente dannoso per le api. Così questi insetti diventano indicatori viventi della contaminazione dell’ambiente 




Ben il 75% del miele che consumiamo a livello globale è contaminato da un gruppo di pesticidi, i neonicotinoidi, introdotti come alternativa sicura al Ddt, l’insetticida più diffuso al mondo. Una contaminazione che rappresenta un pericolo in primo luogo proprio per le api, insetti essenziali per la riproduzione delle piante e la sopravvivenza degli ecosistemi. A renderlo noto è uno studio guidato dall’università svizzera di Neuchâtel, che ha riacceso l’attenzione su un problema che potrebbe rappresentare una minaccia per il mantenimento della biodiversità.
La presenza di neonicotinoidi nel miele è molto bassa – ben al di sotto dei limiti imposti dall’Unione Europea per il consumo umano – e da considerarsi dunque non nociva per le persone. Ma può esserlo, secondo gli scienziati, per gli insetti impollinatori, che trasportano il polline da un fiore ad un altro. I risultati dell’indagine sono stati pubblicati su Science.
I neonicotinoidi sono composti chimici comunemente utilizzati in agricoltura per uccidere i parassiti delle piante. Ma, dal corpo della pianta, questi composti possono raggiungere il fiore, poi dal fiore arrivare alle api e dunque al miele. Oltre ad essere un importante alimento per il consumo umano, infatti, il miele costituisce la dieta delle api, che lo elaborano a partire dal nettare del fiore (ma non solo da lì) e lo immagazzinano nelle loro casette – nel caso di apicolture, nelle arnie. In questo senso le api pèossono essere considerate sentinelle viventi della qualità dell’ambiente e i residui di pesticidi presenti nel miele usati come un indicatore del livello della contaminazione.
Partendo proprio da questa idea, i ricercatori hanno testato 198 campioni di miele provenienti da tutto il mondo, realizzando una sorta di inventario dei pesticidi presenti in questo alimento e dei paesi che li utilizzano maggiormente. Gli scienziati hanno analizzato, tramite test chimici, la presenza dei seguenti neonicotinoidi, acetamiprid, clotianidina, imidacloprid, thiacloprid e thiamethoxam: nomi tecnici che indicano alcuni dei più comuni pesticidi. In base ai risultati, in ben tre campioni su quattro era presente almeno una delle cinque sostanze testate. Fra quelli contaminati, circa nella metà dei casi erano presenti almeno due insetticidi, mentre in un campione su 10 ne erano presenti quattro o tutti e cinque.
Questo dato indica che a livello globale la gran parte delle api potrebbe essere colpita in maniera più o meno forte da questi insetticidi. Soprattutto un’esposizione ripetuta a queste sostanze – ovvero cronica, come la definiscono gli autori dello studio – può rappresentare un problema. Andando ad analizzare la concentrazione degli insetticidi, i ricercatori hanno svelato che ben in un terzo dei casi – nel 34% del miele analizzato – si osservavano quantità di neonicotinoidi tali da indurre un danno o la morte delle api. I paesi con la più alta concentrazione di questi composti si trovano in Europa, Asia e Nord America.
Non bisogna dimenticare inoltre che le api rappresentano un componente essenziale per la riproduzione delle piante e dunque per la sopravvivenza degli ecosistemi: un elemento che secondo gli autori potrebbe spingere a ridurre l’uso di questi pesticidi, come si discute da tempo. Ma non è tutto.
Anche se le quantità di neonicotinoidi sono più basse dei valori limite per il consumo umano e non comportano danni per l’essere umano, gli autori citano alcune recenti evidenze in base alle questi insetticidi potrebbero avere qualche effetto negativo anche sui vertebrati, ad esempio sul sistema immunitario. Un elemento che, unito a quello del danno sulle api, potrebbe spingere a riconsiderare queste soglie europee, secondo gli autori, abbassandole. In un momento delicato per l’Europa: dopo il bando temporaneo di alcuni neonicotinoidi nel 2013, la Commissione Europea sta discutendo proprio in questo momento su come regolamentare l’uso di questi pesticidi e un parere è atteso a breve.

martedì 5 settembre 2017

Operaie o regine? Lo decide il microRNA vegetale






Operaie o regine? Lo decide il microRNA vegetale

4 settembre 2017 - Elisa Liberatore - Stampa Stampa

Una ricerca cinese svela il ruolo chiave del microRNA vegetale – ingerito con il cibo durante la fase larvale – sullo sviluppo delle api in operaie o regine.


È ben noto che tra le api a rendere regine o operaie non sono le differenze genetiche ma la diversa dieta delle larve. Larve alimentate principalmente con polline d’api sono destinate a diventare operaie mentre è la pappa reale a renderle, in futuro, regine. Le differenze fenotipiche tra api appartenenti alle due “caste” sono rilevanti: le operaie hanno piccole dimensioni e sono sterili, mentre le regine raggiungono dimensioni maggiori, sono fertili e più longeve. Proteine, zuccheri e acidi grassi contenuti in abbondanza nella pappa reale sono stati associati alla iper-crescita delle regine, ma molti aspetti dell’effetto della dieta sullo sviluppo larvale restano oscuri. Uno studio cinese apparso su PLOS Genetics indica un nuovo elemento chiave nella differenziazione delle api: il microRNA vegetale contenuto in grandi quantità nel polline d’api.

Un microRNA è una corta sequenza (di una ventina di nucleotidi) di RNAnon codificante che contribuisce a regolare l’espressione dei geni. I ricercatori cinesi avevano già osservato come, in alcune specie animali, microRNA vegetale presente nel cibo potesse accumularsi nei tessuti e lì svolgere la propria funzione regolatrice. Hanno dunque ipotizzato che un analogo effetto potesse contribuire a determinare, nelle larve di api, lo sviluppo futuro in operaie o regine.

I ricercatori hanno dapprima campionato il microRNA vegetale presente nel polline d’api e nella pappa reale, sospettando di trovarne un quantitativo maggiore nel cibo delle operaie: infatti, il polline d’api è una miscela di pollini e miele e dunque primariamente di origine vegetale, a differenza della pappa reale, secreta da apposite ghiandole delle api nutrici. Confermata questa loro prima ipotesi, hanno studiato l’effetto del microRNA vegetale sullo sviluppo delle larve applicando diverse metodologie.

In una prima fase dello studio, test di laboratorio sono stati condotti direttamente su larve di api. I ricercatori hanno verificato che, alimentando le larve con un polline d’api sintetico arricchito di microRNA vegetale la crescita delle stesse è risultata più lenta di quella di larve dalla stessa colonia alimentate con polline naturale. Inoltre, da adulte le api alimentate in laboratorio sono risultate più piccole, leggere e con ovaie di minor dimensione delle compagne.
api


Successivamente, grazie a metodi di bioinformatica, i ricercatori hanno identificato un totale di 96 geni d’ape sui quali il microRNA vegetale proveniente da 16 diverse specie di piante è in grado di agire, ognuno target di un microRNA specifico. Alcuni dei 96 geni sono direttamente coinvolti nello sviluppo delle api in regine o operaie, come il gene denominato amTOR. Un’elevata attività di amTOR infatti determina la trasformazione delle larve in regine, mentre una sua inibizione comporta lo sviluppo di tratti da operaie anche in larve alimentate con pappa reale. AmTOR è il target del microRNA miR162a, che, secondo lo studio cinese, è in grado di inibirne l’espressione.

Effetti simili di inibizione della crescita sono stati riscontrati anche su esemplari di Drosophila melanogaster alimentati con il polline sintetico arricchito. Sebbene i moscerini della frutta non abbiamo una differenziazione in caste come le api, in questa specie sono conservati i percorsi molecolari che nelle api determinano il dimorfismo regina/operaia. Anche nei moscerini dunque un maggior contenuto di microRNA nella dieta comporta uno sviluppo più lento, il raggiungimento di dimensioni minori, sia negli esemplari maschi che nelle femmine, e nelle femmine una fertilità ridotta. I ricercatori hanno inoltre identificato il gene coinvolto nella crescita, denominato dmTOR, che presenta un sito attivo affine ad amTOR, sul quale miR162a può legarsi.

Lo studio svela dunque un complesso meccanismo di interazione tra regno vegetale e regno animale, e offre nuovi spunti per ricerche sulla co-evoluzione.

Riferimenti: PLOS Genetics

giovedì 13 aprile 2017

l'inaspettata "vista d'aquila" delle api








http://www.lescienze.it/news/2017/04/10/news/visione_api_risoluzione-3487989/?ref=nl-Le-Scienze_14-04-2017



L'inaspettata "vista d'aquila" delle api

  Nuove misurazioni neurofisiologiche hanno stabilito che l'ape può vedere distintamente un oggetto che occupa un angolo di 1,9 gradi: si tratta di una risoluzione d'immagine del 30 per cento maggiore di quanto documentato finora in questi insetti. I risultati potrebbero trovare applicazione anche nella progettazione di sistemi di visione automatici per la robotica.

 La vista delle api è decisamente migliore di quanto si pensava: lo ha scoperto un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” da un gruppo di ricercatori dell'Università di Lund, in Svezia, guidati da David O'Carroll.
La capacità di vedere distintamente un oggetto è risultata maggiore del 30 per cento, mentre la capacità di vedere un oggetto, anche se non distintamente, è cinque volte superiore.

I nuovi dati emersi dalla ricerca sono importanti non solo per la conoscenza della fisiologia di base di questi insetti ma anche per la progettazione di sistemi automatici di visione per le applicazioni robotiche.

La vista delle api affascina gli entomologi fin dalle ricerche pionieristiche di Karl von Frisch nel 1914. Con il passare dei decenni, gli studi si sono fatti sempre più complessi e raffinati, e hanno portato alla dimostrazione che questi insetti sono in grado di categorizzare gli oggetti e di imparare, tramite la visione, concetti come “simmetrico” oppure “sopra e sotto”.

“Oggi le api sono ancora un affascinante modello per i ricercatori, in particolare per i neuroscienziati”, ha spiegato Elisa Rigosi, coautrice dello studio. “Tra le altre cose, le api possono aiutare a capire come può un piccolo cervello di meno di un milione di neuroni svolgere compiti complessi.”

Ma una questione che è stata affrontata solo parzialmente è: quanto è buona la vista di un'ape?

 Precedenti ricerche hanno misurato l'acuità visiva di questi insetti, ma la maggior parte degli esperimenti è stata condotta in condizioni di semioscurità, per verificare la capacità di distinguere il contrasto cromatico e quello acromatico. L'assenza di luce però provoca cambiamenti
anatomici e fisiologici tali da alterare la risoluzione delle immagini.

L'apparato visivo delle api è costituito da migliaia di celle esagonali, dietro ognuna delle quali si trovano otto fotorecettori, cioè rivelatori presenti sulla retina che rilevano variazioni di luce: ogni volta che un oggetto passa nel campo visivo, il fotorecettore invia un segnale nervoso al cervello. L'ipotesi era quindi che in condizioni di luce piena vi fosse un notevole miglioramento dell'acuità visiva.

In questo nuovo studio, O'Carroll e colleghi hanno cercato di determinare due parametri chiave per capire l'acuità visiva dell'ape: le dimensioni del più piccolo oggetto distinguibile e la massima distanza a cui l'insetto può distinguere chiaramente un oggetto. Hanno così condotto una serie di registrazioni elettrofisiologiche delle risposte neurali in ogni singolo fotorecettore.

Dall'analisi è risultato che nella parte frontale dell'occhio, dove la risoluzione delle immagini è massima, l'ape può vedere distintamente un oggetto che occupa un angolo di 1,9 gradi: confrontato con la vista umana, è un po' come distinguere il proprio pollice stendendo un braccio di fronte a sé.

Si tratta di una risoluzione del 30 per cento migliore rispetto a quanto documentato finora. In termini del più piccolo oggetto percepibile anche se non chiaramente, il limite è di 0,6 gradi, cioè circa un terzo rispetto al limite della visione distinta. È un valore cinque volte inferiore a quanto stimato finora: in altre parole, l'acuità visiva è cinque volte superiore.

venerdì 24 febbraio 2017






Le api imparano per imitazione

Le api, come alcuni mammiferi e uccelli, imparano dai propri simili a usare strumenti per risolvere problemi complessi, e non è solo imitazione



È noto da diverso tempo che, oltre all’essere umano, le scimmie, i mammiferi acquatici e alcuni uccelli sono capaci di imparare a usare nuovi strumenti per raggiungere uno scopo. Questa abilità viene oggi estesa anche ad alcuni invertebrati. I ricercatori della Queen Mary University di Londra hanno pubblicato su Science uno studio in cui dimostrano che le api sono in grado di risolvere problemi complessi per ottenere una ricompensa, imitando e soprattutto migliorando il comportamento dei propri simili.
“Il nostro studio” dichiara Lars Chittka, co-autore della ricerca, “mette fine all’idea che l’avere un cervello piccolo limita la flessibilità comportamentale degli insetti, costringendoli solo a semplici capacità di apprendimento”.
Utilizzando delle finti insetti di plastica, i ricercatori inglesi hanno addestrato alcune api (vere stavolta) a spostare una pallina gialla al centro di una piattaforma. Solo a operazione compiuta le api avrebbero avuto accesso a una soluzione zuccherina.
Fin qui si è dunque trattato di confermare la capacità di questi insetti di apprendere un comportamento per imitazione. Le cose hanno cominciato a farsi interessanti quando il team di ricerca ha osservato il comportamento di api non addestrate in tre situazioni differenti.
Un primo gruppo di api non addestrate è stato inserito in un contesto sociale, cioè ha avuto modo di osservare altre api, precedentemente addestrate a spostare la pallina, e di apprendere la tecnica per raggiungere la ricompensa dai propri simili.
Un secondo gruppo, invece, ha avuto un maestro fantasma: i ricercatori hanno mostrato alle api dove spostare la pallina grazie all’utilizzo di un magnete. Il terzo gruppo di insetti, invece, è stato lasciato allo sbaraglio, con la pallina già posizionata al centro della piattaforma.
Questa serie di test ha dimostrato che per le api è sufficiente osservare la tecnica poche volte per farla propria e metterla in pratica: anche se le api del primo gruppo sono state le più efficienti e le più rapide a risolvere il problema, anche gli insetti del secondo gruppo sono riusciti a raggiungere la ricompensa. Le api del terzo gruppo che non avevano avuto nessuna dimostrazione sono state quelle in maggiore difficoltà, invece.
Per complicare un po’ la situazione, gli scienziati hanno anche effettuato dei test sui tre gruppi mettendo più palline all’interno della piattaforma, due più vicine all’obiettivo e una più lontana. Le api del primo gruppo, quelle che hanno potuto imparare dalle api già addestrate, hanno assistito sempre allo spostamento della pallina più lontana verso il centro della piattaforma. Questo perché le api insegnanti erano state allenate appositamente così dai ricercatori, che avevano incollato le palline più vicine in modo che non potessero essere spostate. Eppure le api del primo gruppo non si sono limitate a imitare il comportamento delle compagne ma, poiché prive del condizionamento dell’addestramento, si sono dirette alle palline più vicine all’obiettivo.
“Le api hanno risolto il compito in un modo differente rispetto a quanto era stato loro mostrato, suggerendo che le api osservatrici non abbiano semplicemente copiato il comportamento delle loro simili, ma lo abbiano migliorato” spiega Olli J. Loukola, principale autore dello studio “Questo dimostra un’impressionante flessibilità cognitiva, specialmente per un insetto”.

domenica 19 aprile 2015

il veleno dell'ape mellifera....una scoperta nell'utilita' dell'uomo


http://www.guidaestetica.it/articoli/effetto-botox-con-il-veleno-dapi


 Il veleno d'api ha un costo di 300 euro al grammo. Foto: wikipedia.it
Sono sempre più le star, ma anche le persone comuni, che cercano di evitare interventi invasivi per apparire più giovani. Alcune operazioni, infatti, bloccano in parte l'espressività del viso e non conferiscono un aspetto naturale. Il veleno d'api, invece, sembra essere una delle ultime risposte che arrivano dal Brasile per rallentare l'invecchiamento cutaneo attraverso trattamenti non invasivi. Fra le star di Hollywood è conosciuto con il nome di  botox naturale  che, utilizzato sotto forma di crema o maschera, sembra poter ridurre le rughe del viso, facendo riacquistare alla pelle tono, elasticità e morbidezza. Fra elogi e perplessità, nonostante il prezzo non alla portata di tutti, il veleno d'api continua a riscuotere un grande successo.
L’ingrediente base: la melitina
Il veleno delle api, solitamente utilizzato da questi insetti per difendere il proprio alveare anche a costo della vita, promette di contrastare l'invecchiamento della pelle. Oltre a contenere miele e polline, questa sostanza racchiude un ingrediente "miracoloso" chiamato melitina, un amminoacido con proprietà antinfiammatorie presente nel veleno delle api. È a causa della melitina che si attiva una reazione naturale quando si spalma il veleno sulla pelle del viso. Questa sostanza, infatti, provocherebbe un aumento del flusso sanguigno e di conseguenza una maggiore produzione di collagene ed elastina, due proteine già presenti nel nostro corpo che tuttavia diminuiscono con l'età, causando l'invecchiamento cutaneo. Naturalmente il prodotto non può essere usato da quell'1% circa della popolazione che è allergico alle punture e quindi al veleno di questi insetti.
A scoprire questa reazione sulla pelle del veleno d'api è un ricercatore e apicoltore brasiliano, Ciro Protta, che promette di aver trovato il segreto capace di "ingannare la pelle" e ringiovanirla.
Il 'veleno' italiano
Le star internazionali che si sono convertite al prezioso veleno sono tante, da Gwyneth Paltrow a Kylie Minogue, ma sono ben poche le persone che possono permettersi le maschere al veleno d'api che possono raggiungere il costo di 300 euro al grammo. Tuttavia esistono alternative più economiche, fra cui la crema italiana Beelight, fornita dall'omonima azienda di Urbino che propone una crema al veleno d’api al prezzo di circa 90 euro per 50 ml. Il prodotto è a base di ingredienti naturali e biologici e, per la difficoltà di estrazione del veleno, la produzione è limitata ed è solamente disponibile online.
Beelight spiega a Guidaestetica.it l'efficacia del suo prodotto tramite le parole di Giampiero Girolomoni, professore ordinario di dermatologia all'Università di Verona: "Gli studi condotti dagli esperti dimostrano che già dopo alcune settimane la pelle tende a stendersi, le rughe di espressione si addolciscono e l’effetto distensivo del volto appare più visibile".
Il costo della 'spremitura'
L'alto prezzo dei prodotti a base di veleno d'api è giustificato dalle migliaia di api che servono per produrre un grammo di questa sostanza. Secondo quanto affermano le imprese produttrici, la raccolta del veleno non sarebbe dannosa per questi insetti, che non vengono uccisi ma momentaneamente privati del loro veleno. Le api sono costrette attraverso "scariche elettriche a bassa tensione, a estroflettere il pungiglione e quindi a emettere il veleno. Utilizzando un apposito telaio collegato a un dispositivo elettrico gli apicoltori ottengono la deposizione del veleno su una lastra di vetro senza che il pungiglione rimanga conficcato nel sovrastante telo di nylon. Una volta essiccato sulla lastra il veleno viene raschiato e conservato sotto forma di cristalli" spiega Girolomoni.
L'utilizzo di tecniche non letali è un dettaglio molto importante, in quanto le api sono responsabili dell'impollinazione dei fiori e quindi dell'equilibrio naturale del pianeta. A causa dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento, il numero di questi preziosi insetti è drammaticamente diminuito negli ultimi decenni. Tanto sono importanti le api per la sopravvivenza dell’uomo che l’Unione europea ha approvato quest'anno una normativa "salva-api" che durante due anni vieterà l’utilizzo di neonicotinoidi, pesticidi pericolosi per la vita di questi insetti.
Autore: Paola Giura



 

il veleno di ape potrebbe uccidere il virus HIV che provoca l'AIDS e cellule cancerose





http://www.apicolturaonline.it/feraboli3.htm




APITERAPIA
Le proprietà curative del veleno d'api hanno una tradizione lontanissima. Nell'antico Egitto molte malattie venivano curate con i prodotti dell'alveare . Trattamenti simili sono stati riportati da Plinio e Galeno . Carlomagno ed Ivan il terribile , che soffrivano di problemi articolari , furono curati con il veleno d'api.
Likomskiy nel 1864 e Terc nel 1888 pubblicarono i primi studi clinici sull'influenza delle punture d'api sulle patologie reumatiche.
Comunque l'impiego dell' apiterapia nella cura delle patologie reumatiche iniziò soltanto nei primi anni del novecento e rapidamente si diffuse in Europa. In America fu il dottor Beck di New York che diffuse questo metodo di cura attraverso una sua ancora attuale monografia pubblicata nel 1934.
In questi ultimi anni stiamo assistendo ad un rinnovato interesse verso l'apiterapia grazie all'impegno di alcuni medici americani quali il dottor Saine , Broadmann , Cherbuliez ed altri ancora.
Nonostante tutto , questa terapia ha avuto il suo periodo di declino : infatti nella maggior parte dei testi classici di reumatologia essa è considerata un metodo di scarsa efficacia , ammettendo però il suo effetto come terapia istaminica e la sua efficacia antiinfiammatoria.
La causa di questo declino va ricercata nelle eccessive aspettative riversate in questa metodica e la sua troppo vasta diffusione senza che vi fossero esatte indicazioni terapeutiche . La conseguente poca credibilità di questo metodo è dovuta al fatto che mentre le ricerche cliniche e farmacologiche si sono svolte in laboratori con un rigore altamente scientifico , le ricerche cliniche sono state condotte , da una parte , con un entusiasmo quasi mistico e , dall'altra parte , da un gruppo di medici che credevano ciecamente nelle forze "naturali" presenti nel veleno d'ape. Inoltre molti prodotti terapeutici contenenti il veleno d'ape hanno molto spesso uno scopo esclusivamente commerciale contenendo una imprecisata e infinitesimale quantità di principio attivo di irrilevante significato terapeutico.
Se vogliamo ottenere una significativa valutazione dell'efficacia terapeutica del veleno , non dobbiamo considerarlo una panacea per ogni tipo di malattia reumatica , ma piuttosto un efficace coadiuvante del trattamento classico di queste patologie.
Le più importanti componenti del veleno , come abbiamo visto prima, sono l'istamina , la lecitinasi e la ialuronidasi.
L'istamina provoca dolore locale , edema, aumento dell'afflusso sanguigno ed agisce come un potente antiinfiammatorio. La vasodilatazione da essa provocata avviene per via riflessa , attraverso il sistema nervoso , anche nei tessuti profondi e può esercitare una influenza favorevole sulle infiammazioni croniche aumentando il metabolismo tissutale ed eliminando i prodotti dannosi dell'infiammazione.
La lecitinasi trasforma la lecitina in isolecitina (fosfolipasi B) che ha uno spiccato effetto emolitico distruggendo i globuli rossi ed altre cellule dei tessuti e partecipa all'azione fibrinolitica caratteristica del veleno d'api.
La ialuronidasi agisce come un fattore di diffusione del veleno , sciogliendo l'acido ialuronico del tessuto connettivo.
Altre sostanze proteiche presenti nel veleno hanno caratteristiche antigeniche e stimolano in questo modo le reazioni di difesa del sistema immunitario.
A quale di tutti questi fattori sia da attribuire l'effetto curativo del veleno d'api resta un mistero.
Generalmente nel punto in cui si viene punti da un imenottero si forma una piccola tumefazione di colore rosso , pruriginosa e calda che persiste per alcune ore o per alcuni giorni.
Reazioni più violente sono caratterizzate da un gonfiore più esteso che può interessare anche un intero arto.
In alcuni pazienti si associano effetti collaterali quali dolori in altre articolazioni ed in altre parti del sistema muscolo scheletrico , affaticamento, tumefazione generalizzata a tutto il corpo, cefalea , nausea e vomito , caduta della pressione sanguigna , aumento della temperatura corporea.
Queste reazioni non alterano l'efficacia terapeutica del veleno e non sono considerate un ostacolo al proseguimento della terapia , che potrà continuare utilizzando dosaggi di veleno inferiori a quello che ha scatenato l'effetto indesiderato.
L'intervallo ottimale fra una serie di punture e l'altra è di 5-7 giorni.
Le indicazioni al trattamento sono :

  • le patologie reumatiche ( artrosi , artrite reumatoide , gotta, fibromialgia ... )

  • tendiniti

  • neuropatie periferiche

  • eresipela

  • nefrite

  • idropisia

  • lombalgia , cervicalgia , sciatalgia

  • sclerosi multipla

Dove si punge ? Si punge generalmente sulle zone dolenti utilizzando l'ape viva applicata più volte , con l ' ausilio di una retina finissima per estrarre il pungiglione, oppure più api fino ad un massimo di 30 punture.
La durata della terapia varia da un minimo di una seduta fino ad un massimo di alcuni mesi , come nel caso dei pazienti affetti da sclerosi multipla.




Ricerche sull'efficacia della terapia con veleno 


d'api.
 
L'unico modo di convincere gli increduli e gli scettici sull'efficacia terapeutica del veleno d'api è di sperimentare questo prodotto su diverse patologie.
Negli ultimi vent'anni sono state eseguite numerose ricerche utilizzando modelli animali . Nei ratti , ad esempio , sono state iniettate nelle articolazioni degli arti sostanze per indurre lo sviluppo di processi infiammatori ; è stata quindi valutata l'efficacia del veleno d'api e del placebo nel ridurre o prevenire l'infiammazione.
Una di queste ricerche , condotta da Y.Chang e M. Bliven nel 1979 , verificò come il veleno non soltanto riducesse l'infiammazione , ma anche riuscisse a prevenire lo sviluppo dell'artrite nel ratto.
Lorenzette , Fortenberry e Busby avevano ottenuto gli stessi risultati nel 1972 .
Queste ricerche sono state avvalorate dallo studio di Eiseman , Von Bredow e Alvares che nel 1981 dimostrarono come il veleno (somministrato giornalmente ai ratti per 24 giorni ) ha la capacità di sopprimere ma non di eliminare l'infiammazione artritica degli arti posteriori di questi animali.
Vick ed altri suoi collaboratori studiarono nel 1975 l'eficacia di questa terapia su alcuni cani affetti da artrosi dell'anca , trovando che la capacità di movimento di questi animali aumentava del 70% rispetto al gruppo di controllo.
Nel 1992 nel New Jersey fu condotto il primo studio sull'uomo . Un gruppo di 108 soggetti affetti da artrosi , in cui le terapie tradizionali avevano fallito, furono trattati con il veleno d'api due volte alla settimana per un periodo di dieci settimane .
Non furono registrate complicazioni e la maggior parte dei soggetti mostrò un significativo miglioramento della sintomatologia dolorosa.
Nonostante questi incoraggianti risultati sono necessarie ulteriori ricerche , in special modo sull'uomo , prima che la comunità medica scientifica possa accettare il veleno d'api come un trattamento per l'artrite e per altre patologie in cui trova indicazione.

Esempi di trattamento
Artrosi di ginocchio
Lombalgia






 prodotti dal veleno di ape




in visuale il famoso pungiglione dell'ape